http://www.corrieredellosport.it/volley/beach_volley/2014/05/16-361505/Nicolai+e+Lupo,+nati+per+la+sabbia

La
coppia d’oro del beach volley italiano è formata da un romano e un
abruzzese. 
Se fossero una band musicale, ma è problematico vederli così
considerati i loro gusti diversi al riguardo, si direbbe che Paolo
Nicolai, 26 anni il prossimo agosto, di Ortona, è il portavoce del
gruppo. 
A Daniele Lupo, detto Lupino, 23 anni, romano cresciuto giocando
sulle spiagge di Fregene fin da bambino, insieme col padre e con il
nonno, va bene così. Due ragazzi tranquilli che hanno iniziato la loro
quarta stagione di coppia con due vittorie nel circuito mondiale del
beach volley: la finale, il successo, il gradino più alto del podio,
l’inno tricolore che regala sempre emozioni ed uno status inseguito fin
dal 2011, quando iniziarono a giocare insieme. 
«Fu
Mike Dodd a metterci insieme
– racconta Paolo – dovevo giocare con
Martino ma non avevamo gli stesso obiettivi, perchè io inseguivo
l’Olimpiade. Così arrivò Lupino. Quando Dodd lo vide in campo, disse
entusiasta: “Questo ragazzo è nato per il beach!”. E cominciammo a
giocare insieme…»
Nicolai
viene dalla pallavolo, ma era ancora un ragazzo ben radicato nel suo
ambiente e quando gli offrirono di andare all’avventura in un grande
club, non se la sentì.
«L’idea di vivere lontano da casa mi pesava. Poi
le cose sono cambiate, nel senso che sono cresciuto ed ho deciso di
entrare nel progetto pre juniores di Lequaglie. In fondo tra volley e
beach la differenza è poca, le basi tecniche sono quelle. Cambia la
rincorsa ma direi che all’inizio l’uno è propedeutico all’altro. C’è
l’errata convinzione che sulla sabbia la maggior parte dei colpi siano
pallonetti, invece la statistica dice che l’80 per cento del colpi sono
attacchi di forza»
Il
quinto posto all’Olimpiade di Londra gli fece capire di essere sulla
strada giusta e nei tornei di Grand Slam, dopo i piazzamenti, dopo i
podi, sono arrivate anche due medaglie d’oro. Un’ascesa costante, sotto
la guida del ct Paulao.
«Siamo
cresciuti mentalmente e tecnicamente. Prima già il fatto di arrivare in
semifinale
– confessano Paolo e Daniele – ti dava un inconsapevole
appagamento, giocavi la finale per vedere se arrivava qualcosa in più.
Ora è diverso: sappiamo di poter giocare per la vittoria. Cosa ci ha
fatto fare il salto di qualità? Raramente ci è capitato di sommare un
errore ad un altro errore. E anche nelle poche occasioni in cui è
successo, siamo sempre rimasti attaccati alla partita, tenendo separate
la fase cambio palla e la fase break. Sono cresciute le nostre risorse
fisiche e tecniche, c’è stato come dicevamo un miglioramento a livello
mentale»
L’obiettivo dichiarato è l’Olimpiade di Rio 2016. Mancano due anni, cosa significa oggi dire che vi state preparando per Rio?
«Stiamo
facendo un lavoro di costruzione in vista dell’Olimpiade. E lo facciamo
tappa dopo tappa. Vincendo quegli appuntamenti che abbiamo vinto noi

(l’Open di Funzhou, la tappa del World Tour di Shanghai) si ha uno
storico, si seguono le orme di chi è arrivato e ha vinto prima di noi.
Ed è un patrimonio importante che serve a far crescere e a mantenere ad
alto livello»
Ma il torneo olimpico è ben diverso dal World Tour.
«Sì,
è molto più difficile perchè si gioca ogni due giorni e bisogna
riuscire a restare concentrati anche nel giorno di pausa, per poi
tornare bene in campo»
Entrambi
confessano che il valore più importante è il rispetto. Quello che c’è
tra di loro e poi quello che danno e pretendono nel circuito del beach.
In campo si muovono come due lord, sembrano impermeabili ad ogni
emozione, non imprecano, non litigano, non provocano gli avversari.
«La
compostezza ce l’ha insegnata Mike Dodd (l’ex campione statunitense che
è stato ct azzurro per una stagione, ndr), vi ispiriamo a Roger e
Dalhauser. Siamo in buoni rapporti con tutti e tutti ci rispettano, ora
non ci vedono più come i giovani»
Il
vostro rispettivo colpo prediletto?
 «La diagonale forte» risponde di
getto Nicolai. «Il crossover» gli fa eco Lupo. 
La cosa che odiano di
più? «La mancanza di rispetto, è inaccettabile» dice Lupino. «Il
pressappochismo
» spara Paolo, orgoglioso di essere un prodotto
vincente del settore giovanile federale.
«Noi
siamo la prima generazione che ha fatto il settore giovanile. E’ un
progetto valido e dà frutti evidenti. Non bisogna smettere, serve
continuità, ci vogliono tanti collegiali perchè solo giocando e giocando
ci si appassiona a questo sport meraviglioso».
 
Quando sono in giro per il mondo,
Daniele Lupo e Paolo Nicolai passano la maggior parte del tempo in
camera, leggendo, ascoltando musica, guardando film. Evitando
accuratamente di disturbarsi a vicenda. Ognuno ha i suoi spazi, nel
massimo rispetto. Daniele è sempre connesso, tramite l’inseparabile
iPhone in cui si specchia la sua mite gioventù. Paolo è interista («Ma
più tiepido finchè c’è Mazzarri: quando perdiamo è sempre colpa di
qualcun altro.
..»), Daniele da ragazzo ha giocato, attaccante, al Centro
Calcio di Fidene. E’ romanista e venera Totti. Nel tennis Djokovic e
Federer sono i loro punti di riferimento.
 In comune hanno l’avversione
per i viaggi. «Viaggiare ci annoia, non è paura di volare, è proprio il
fastidio di passare tante ore in quel modo»
Per entrambi il beach è
assai più di uno sport o di un lavoro.
 «Ho iniziato a giocare da bambino
– racconta Daniele – accanite partite sulla spiaggia insieme con mio
padre e mio nonno. Stavo sulla sabbia dalla mattina alla sera, mi sono
sempre divertito tanto»
. Il papà Carlo, architetto e attore protagonista
una tantum (“L’ultimo sapore dell’aria”, Ruggero Deodato, 1978), e la
mamma kazaka Goulsim, che ha fatto l’attrice, si incontrarono e si
piacquero a Milano.