La locandina del film Panama Papers, diretto da Steven Soderbergh
The Panama Papers

The Panama Papers, film su Netflix dal 18 ottobre, in contemporanea con i tre giorni di uscita come evento nelle sale cinematografiche. Steven Soderbergh prova la grande scommessa di raccontare una delle più celebri truffe finanziarie, un caso scoppiato tre anni fa, nel 2016, grazie ad una capillare inchiesta di centinaia di giornalisti, che scandagliarono milioni di documenti della società panamense, assolutamente legale, Mossack Fonseca.
I due personaggi hanno i volti di Gary Oldman, straordinario e divertente con il suo accento tedescoide e il suo gigioneggiare volutamente sopra le righe, e Antonio Banderas, classicamente latino.
Il film scorre nel solco di un altro ottimo film di denuncia, come La grande scommessa, non solo per ciò che racconta ma per la chiave divulgativa scelta anche da Soderbergh, che fa parlare in macchina i due avvocati senza scrupoli che portano a compimento la mega truffa, spiegandoci anche la differenza tra evasione fiscale ed elusione fiscale.

Una truffa estesissima

Una truffa che definire estesa è poco, capillare, velenosa, irraggiungibile o quasi, che ha mietuto vittime innocenti e ignare attraverso un sistema che i paradisi fiscali hanno reso fin troppo frequente. Una società può avere una finestra alle Isole Vergini, e se guardi dentro non vedi niente; e una porta dall’altra parte del mondo, in Cina o Giappone o a Dubai, con una diversa realtà. C’è insomma gente senza scrupoli che si arricchisce truffando stati e cittadini, infischiandosene di mandare in rovina le persone che si sono fidate delle gente sbagliata. Anche se poi pure i milionari finiscono nella rete, che tutela l’1% dei Paperoni del mondo, a scapito di tutto il resto.

Il peccato americano

Tanto per cambiare, il film ci racconta come anche per questa nefandezza, le origini possono essere trovate negli Stati Uniti. Lo stato del Delaware per attirare investimenti come altri stati d’America più ricchi, famosi e attraenti, varò un regime fiscale di ultra comodo, attirando effettivamente investitori. Il guaio è che queste società offshore, scatole cinesi spesso vuote, agiscono tra le pieghe di leggi fatte male. Il male è dunque alla fonte. E anche quando qualche pesce resta intrappolato nella rete, come i due lestofanti del film di Soderbergh, se la cavano con pochi mesi di prigione (tre nel caso di Mossack e Fonseca).


Il filone di Wall Street

The Panama Papers in originale si intitola Landromath, la lavatrice, alludendo al riciclaggio di denaro anche di provenienza sporca, frutto di illeciti e corruzione. Si inserisce nel filone che ha trattato le nafendezze legate al mondo azionario, a Wall Street e dintorni. Ma questo The Panama Papers è diverso da tutti gli altri, poiché Soderbergh sceglie uno stile narrativo quasi burlesco, nella sua drammaticità. E contrappone alla serietà della grandissima Meyl Streep, la recitazione sardonica di Banderas e “caricata”di Oldman (che lascia sempre il segno, che interpreti Churchill o lo spietato e sanguinario dittatore bielorusso Dukhovich).
E dopo aver visto questo film, come non avere il terrore di rivolgersi alle persone sbagliate? Di scegliere le polizze fasulle, le azioni di cartapesta?

THE PANAMA PAPERS (originale: Laundromat). Regia: Steven Soderbergh. Interpreti: Meryl Streep, Gary Oldman, Antonio Banderas, David Schwimmer, Sharon Stone, Jeffrey Wright, James Cromwell. Durata 96 minuti. Su Netflix dal 18 ottobre. Evento nei cinema per tre giorni. Tratto dal libro del giornalista Jake Bernstain “Secrecy World: Inside the Panama Papers Investigation of Illicit Money Networks and the Global Elite”

Trailer ufficiale

Gary Oldman e Antonio Banderas