Non solo gli atleti si infortunano. Quindi ne scrivo in ritardo, appena possibile. In assenza di comunicazione diretta (ma ormai l’etichetta è una cara sconosciuta…) ho letto solo stamane ciò che Dragan Travica, capitano della Nazionale per tre mesi scarsi in questa estate azzurra un po’ schizofrenica, dissociata e magari anche un tantino bizzarra, nei suoi risvolti. Non entro nel merito, non servirebbe. Mi soffermo invece globalmente su ciò che ha comunicato Dragan per esprimere un semplice parere. 
Sbagliato commentare dicendo manca questo o manca quello. Basta leggere, basta non avere pregiudizi per sintonizzarsi sul significato di ciò che ha scritto Travica, senza gettare fango, parlando più di sè che degli altri, come pure sarebbe stato comprensibile una volta ritrovatosi sbattuto fuori dalla Nazionale.
 Forse era troppo aspettarsi di leggere dei fatti di Polonia, magari in futuro, chissà. Ma quando sono coinvolte altre persone il confine tra la libertà di dire e il buon gusto di non tradire altri, i rapporti di spogliatoio, è a volte una linea invalicabile. 
Da romantico, ho letto Dragan dando più valore a certe cose piuttosto che ad altre. Ma trasversalmente le sue parole dicono altro, raccontano parte del taciuto. Emerge il quadro di una Nazionale diversa da quella che ci è stata raccontata e che ogni appassionato avrebbe immaginato di vedere. Nella solitudine di rapporti emerge l’essenza reale delle persone, le loro problematiche, i loro difetti o comunque le loro caratteristiche abitualmente celate, invisibili nella loro completezza all’esterno.Non sempre si è come si appare.
Sono d’accordo con l’amico e collega Gian Luca Pasini. C’è molto da riflettere leggendo ciò che ha scritto Dragan. Non accorgersene, non accettarlo, non volerlo comprendere, è un limite. 
Mi ha colpito la capacità di Dragan si mettersi a nudo in un momento come questo. Per quel che conta, credo e spero di aver compreso.
Sul link del Corriere dello Sport è riprodotto il testo che Dragan Travica ha scritto nel suo blog
Sono disteso sul parquet
di una palestra nella periferia di Rio de Janeiro, non sto nemmeno
facendo stretching, guardo l’infinito assorto nei miei pensieri. Penso a
quanto è pesante questo momento, a quanto tutto si muove al
rallentatore, a quanto è teso l’ambiente che mi circonda, anche il mio
sorriso lo è. Mi disincanto pensando che domani ci sarà tutto il giorno
libero e mi farà bene alla testa. Mi alzo e vado sotto la doccia.
Cena in hotel. C’è un
ristorante italiano proprio a poche centinaia di metri, quindi a cena
decido di non abbuffarmi. Avevo una gran voglia di pasta e pizza
italiana. Così, in compagnia, a pancia mezza vuota ci incamminiamo. Alla
nostra sinistra ci sono le onde dell’oceano che fanno sempre un rumore
affascinante, c’è energia positiva. Ci sediamo, sono più o meno le
22.00, ordiniamo del cibo italiano e leggo un messaggio di Mauro che
dice di rientrare entro le 23.30. Lo rileggo e lo comunico alla squadra.
Sono perplesso, siamo perplessi. Dentro al ristorante fa eco questa
frase: “Il giorno dopo è libero, perchè alle 23.30?”.
Solitamente non ci era
mai stato dato un rientro preciso quando il giorno dopo era libero, o
comunque non ci era mai stato dato prima della mezzanotte. Ecco perchè
sono rimasto perplesso e un filo infastidito perchè da lì a poco più di
un’ora dovevamo rientrare. Era sabato, la domenica sarebbe stata libera,
e la partita d’esordio sarebbe stata il mercoledì. Non capivo il senso
di quel messaggio, o meglio, non ne capivo un senso costruttivo. Quella
serata e il giorno dopo le avevo pensate come gli ultimi momenti di
svago prima di entrare definitivamente con la testa nella finale, sapevo
che avrebbe fatto bene un po’ a tutti, così ho scosso la testa e ho
smesso di dondolarmi sulla sedia, sbuffando. Ricordo perfettamente che
il giorno precedente a quella sera mi sono sentito dire, non dai miei
compagni di squadra, di provare oltre che ad allenarci bene anche di
rilassarci un po’, di alleggerire la testa, di sfruttare i momenti
liberi, “poi da lunedì tutti con la testa nello scatolone”. Quella frase
mi risuona ancora oggi.
La mia mente, quando
faccio per posare il cellulare sul tavolo, va alla partita del Foro
Italico contro il Brasile, anzi al giorno prima. Sulla strada verso gli
spogliatoi, prima dell’allenamento di rifinitura, mi viene comunicato
che dopo la partita (quella partita, come ricorderete, finì molto tardi)
potevamo mangiare dove volevamo, che eravamo liberi e che, addirittura,
potevamo dormire fuori dall’hotel. Non mi era mai successo, in quasi
otto anni di Nazionale, di avere il permesso di dormire dove volevo
durante un ritiro, per di più a due giorni da una partita, con uno
spostamento di un paio di centinaia di km e due allenamenti in mezzo. Si
perchè venerdì giocammo al Foro Italico, ma la domenica si replicava a
Firenze, sempre contro il Brasile. Non sto qui nemmeno a giudicare se
era giusto o meno, non sto a dire se abbiamo fatto tardi o meno e se
qualcun ha dormito fuori o in hotel. Non è questo il punto. Odio
giudicare, ma amo dire quello che penso, a modo mio, e in questo caso è
giusto farlo anche in maniera completa, perchè di completo ultimamente
c’è stato proprio poco.
Torniamo a Rio. La
premessa è importante: l’ambiente era molto teso, ormai da tempo, da
troppo tempo e i famosi “penso ma non dico” erano all’ordine del giorno.
In questo preciso istante mi viene in mente l’immagine del bruco che
mangia una mela caduta a terra, e piano piano marcisce. C’era poco
dialogo, c’era incoerenza, c’era egoismo, staff e giocatori camminavano
su due binari diversi, distanti e in direzioni opposte. Non ci si
guardava nemmeno più negli occhi. Io personalmente stavo soffrendo, sia
per come stavamo in campo, sia per come ci stavamo preparando ad una
finale, sia perchè volevo fare, fare e ancora fare ma c’era come se
qualcosa mi tenesse e mi tirasse indietro e una volta voltatomi non
vedevo nessuno. Non riuscivo a trovare risposte ai mille “perchè” che mi
giravano per la testa. Sembrava di vivere una convivenza forzata. Una
sensazione bruttissima, soprattutto nello sport. Sono convinto ancora
oggi che stessimo soffrendo tutti tanto. La verità, in poche parole, è
che non si doveva arrivare a quel punto. Invece ci siamo arrivati, e di
peso.
Al ristorante, dopo aver
ricevuto quel messaggio, si chiacchierava, si scherzava e si mangiava
del buon cibo italiano. Non volevamo tornare in hotel, non lo credevamo
giusto in quel momento, il giorno dopo era senza allenamenti e volevamo
respirare un po’ di libertà e un po’ di spensieratezza. Onestamente non
c’era davvero niente di male nel farlo. Avevamo voglia di stare ancora
insieme quella sera, si stava davvero bene. Ovviamente eravamo
pienamente consapevoli che stavamo disobbedendo ad una regola, ma in
quel momento ci sentivamo tutto tranne che in colpa. Anche questo mi ha
fatto pensare. Ci alziamo, prendiamo un taxi e andiamo a vedere un
quartiere caratteristico di Rio, con un bel panorama di luci dall’alto,
una scalinata tutta colorata e molto artistica, facciamo qualche foto
mentre passiamo in mezzo a tre bambini che a piedi nudi giocano a calcio
in mezzo alla strada. Tra una battuta e l’altra finisce la scalinata e
decidiamo di sederci ad un tavolo e ordinare la classica bibita
brasiliana, la Caipirinha. C’era davvero un bel clima, finalmente. Esce
anche qualche confidenza sul momento che stavamo vivendo, condivisione
di molti pensieri e in qualche modo stavamo caricandoci per fare una
finale al meglio delle nostre capacità, che in quel momento non erano
sicuramente le nostre migliori di sempre. Ma dovevamo e volevamo
provarci. La medaglia era alla nostra portata.
Lo sapete anche voi
quando si passano quelle serate in compagnia, fatte di poco, di quel
poco che basta, di chiacchiere e spensieratezza, e una volta tornato a
casa si ha la sensazione di aver passato un momento piacevole, leggero,
utile, lo ripeto, utile. In quell’istante, ironia della sorte, veniamo
beccati, ovviamente inconsapevolmente. L’avremmo scoperto l’indomani.
Già dalla mattina
seguente sento che qualcosa non va, ma decido di non pensarci. Arriva
sera, riunione dell’ultimo minuto. Ci sediamo e l’ultimo chiude la
porta. La comunicazione era quella che mi aspettavo. Qualcuno dello
staff quella notte ci ha visto attorno a quel tavolo verso le due e il
giorno dopo lo ha detto all’orecchio di Mauro Berruto. Era quindi
appurato che là fuori non eravamo solo in quattro. La conoscete anche
voi quella frase che recita “la legge è uguale per tutti”. Non vi viene
da sorridere anche a voi adesso? Forse sono dettagli, ma io sono
pignolo. Mi sono sentito spesso dire che staff e giocatori sono due cose
diverse, ma ho sempre preso le distanze da questa teoria. In una
squadra si è tutti uguali.
La mattina successiva l’aereo che torna in Italia ha quattro posti che ci aspettano.
Dopo la riunione me ne
torno in camera. E’ stata una notte infinita e insonne come il viaggio
per tornare a casa, e i pensieri formavano un tornado inesauribile.
Credo che potrei scrivere un’enciclopedia se mettessi nero su bianco
tutto quello che mi è passato per la testa in quei giorni. Uno dei tanti
era la sensazione di aver subito un’ingiustizia. Mi spiego meglio: sono
pienamente consapevole di aver disobbedito ad una regola, e sono
pienamente d’accordo che quando si disobbedisce ad una regola, giusta o
sbagliata che sia, bisogna pagare. E mi sembra di aver pagato più che
sufficientemente. Credo fosse giusto prendere provvedimenti nei nostri
confronti, come credo anche che se ne potessero prendere molti altri e
diversi da quello inflittoci. Ma è successo quello che è successo e
andava accettato. Ho avuto l’onore di passare abbastanza estati in
Nazionale per averne viste di tutti i colori. Di cotte e di crude. I
miei occhi hanno visto molto peggio, le mie orecchie hanno sentito molto
molto peggio rispetto a quello che è successo quel sabato sera di Rio.
Era palese che ci fosse dell’altro in quella punizione. Ogni giorno che
passa mi rendo sempre più conto che le motivazioni non sono state
solamente disciplinari…anzi. Quasi mi vergogno a dirlo, ma lo penso, è
più forte di me. Non so se quella decisione, prima pensata, ragionata, e
poi concretizzata una ventina d’ore dopo l’accaduto, fatta
dall’allenatore e condivisa dalla Fipav, sia stata un decisione di
forma, di convenienza, autoritaria, politica, rancorosa, o sia stata la
classica “palla al balzo” da calciare di collo pieno, non lo so. Cioè lo
immagino, ma non ne sono sicuro e quando non sono sicuro di qualcosa
preferisco non esprimere opinioni.
Uscito da quella stanza
ho deciso di prendermi le mie responsabilità, in silenzio. Senza se e
senza ma. Sono state settimane in cui ho parlato poco, non ne avevo
voglia, avevo solo il desiderio di starmene a casa con le persone che
con uno sguardo hanno capito tutto e mi hanno abbracciato. Mi sento
abbastanza lucido e abbastanza maturo da capire che bisogna prendersi
sempre le proprie responsabilità, soprattutto quando queste
responsabilità pesano e bruciano come i carboni ardenti. L’ho sempre
fatto e continuerò sempre a farlo. Non ricordo altre volte in cui abbia
disobbedito ad una regola nel mio percorso con la maglia azzurra, e se
sono arrivato a farlo lì e in quel momento sono convinto che non sia
successo per caso. Inconsciamente o consciamente nulla succede per caso.
Da quando ho lasciato
quella stanza non ho mai avuto un confronto con nessuno, o almeno non
l’ho avuto con chi ha preso quella decisone. Zero, vuoto assoluto. E’
finita così. Nemmeno il tempo di uno sguardo. Sarei falso a non dire che
mi sarei aspettato un confronto, ma la mia non è una polemica, è solo
una considerazione ovvia che faccio quando due parti hanno condiviso
tanto insieme e in un attimo le strade si sono biforcate. Non è una
questione di regole, non è una questione di logica, è una questione di
pancia, di animo, di cuore. Di umanità. Altrimenti a che cosa serve
costruire rapporti? Credo nei rapporti umani, mi sono sempre alimentato
da questi, e spero di non smettere mai di farlo. Nemmeno dopo tutta
questa storia.
Ho girato abbastanza
grazie alla pallavolo, ho conosciuto persone di varie culture e varie
mentalità. In Russia mi dicevano sempre che noi italiani parliamo tanto,
gesticolando in continuazione. Credo faccia parte della nostra cultura.
Comunicare è una cosa bellissima e sicuramente in Italia lo sappiamo
fare molto bene. Mi sono reso conto però, molto spesso, che noi parliamo
tanto senza guardare negli occhi. Abbiamo perso quella sensibilità
d’animo fondamentale per avere fiducia nel prossimo e rispetto nel
prossimo, che sono le basi per costruirsi e svilupparsi come popolo.
Per quella maglia ci ho
messo la faccia, spesso e volentieri, e il cuore in ogni singolo
secondo, in ogni singola palla. Lo voglio fare anche ora, in questo
ultimo capitolo. Chi mi conosce come atleta sa che ho sempre fatto il
massimo per dare il giusto esempio, dentro e fuori dal campo, e credo di
aver sempre dato un buon contributo in questo senso. Ho dato tutto e
tanto, volevo sempre stare in prima fila, soprattutto quando la merda
non ci faceva nemmeno più respirare. C’è storia se mi penso con quella
maglia addosso, ci sono un mare di cose belle da raccontare, ma non mi
va nemmeno di elencarle perchè odio parlare bene di me stesso e non ho
mai preteso una pacca sulla spalla da nessuno in vita mia. Mi sono
sempre arrangiato, per voglia di farlo e a volte per forza di cose.
Credo solo che non dovesse finire così, credo di non meritarlo. Questa
sarà l’unica cicatrice che porterò con me dopo aver vissuto queste
ultime settimane.
Voglio ringraziare chi
c’era in quella camera d’albergo quella domenica dopo la riunione. Credo
che quel momento, per quanto fosse triste, mi abbia fatto capire il
senso della vita. Non dello sport, della vita.

Ringrazio Giovino, il mio
eterno compagno di stanza. La mattina seguente, con la valigia in
spalla, l’ho abbracciato per salutarlo e dopo tanto tempo mi ha fatto
piangere. Nessuna parola, solo un lungo abbraccio. Ti conosce bene solo
chi ti vede piangere. Pura verità.