Cominciamo
dalla fine, con una sintesi che farà felici i tifosi della Lube e della
Nazionale italiana: una volta superati i problemi al ginocchio che
l’hanno condotto a Roma, a Villa Stuart, per affidarsi alle cure del
professor Mariani, Osmany Juantorena diventerà un giocatore della Lube
Treia e sarà pronto a mettersi a disposizione per indossare la maglia
azzurra agli Europei e in Coppa del Mondo, se il ct Mauro Berruto lo
convocherà, naturalmente. Ma non c’è ragione di pensare che il contatto
avviato addirittura due anni fa, ora che può concretizzarsi, non vada a
buon fine.
Osmany
Juantorena è costretto ai box, per la prima volta nella sua carriera il
fisico gli ha imposto uno sgradito stop nel momento culminante della
stagione. Dalla Turchia a Roma, come è arrivato a Villa Stuart?
«In
allenamento ho sentito una fitta, ho capito che dovevo approfondire e
gli esami hanno detto che avevo questo problema al ginocchio. Ne ho
parlato con Davide Lama, il fisioterapista che conosco dai tempi di
Trento, e mi ha consigliato il professor Mariani, il top per questo tipo
di infortuni. Ora sto molto meglio, ho curato il mio problema al
tendine del ginocchio con due fattori di crescita. Ho atteso la visita
con fiducia, in fondo è la prima volta che mi trovo a fare i conti con
un infortunio del genere, non sono mai finito sotto i ferri, avevo un
po’ di paura. Adesso lavoro ogni giorno per la ripresa, tra poco tornerò
a saltare ma mi è stato detto che prima o poi l’ipotesi di un
intervento potrebbe essere messa in preventivo». «Richiederebbe tre mesi
di stop», spiega Nicola Giolito, preparatore atletico all’Halkbank
Ankara.
Si è fatto male mentre la sua squadra inseguiva la final four di Champions League.
«Sì,
mi è dispiaciuto molto, ci sono rimasto male. I miei compagni hanno
lottato, ma non ce l’hanno fatta. Magari avremmo perso anche se fossi
stato in campo ma resta il dubbio e il rammarico: avrei voluto rendermi
utile»
All’Halkbank ha avuto Lorenzo Bernardi come allenatore, un grandissimo interprete nel suo stesso ruolo.
«Ha
un carattere forte, tecnicamente non gli si può certo dire nulla. Io
mi sono trovato bene con lui e la squadra ha vinto anche senza di me»
Con l’Halkbank avrebbe un altro anno di contratto, ma…
«Ma
ho deciso di tornare in Italia, lo sanno già. La mia è una scelta di
vita, voglio tornare per stare vicino alla famiglia, a mia figlia
Victoria che farà due anni il 3 maggio e che negli ultimi mesi ho potuto
vedere poco, sono stato troppo poco tempo con lei. Come sa bene ogni
papà, quando nasce un figlio la vita ti cambia»
Il volley italiano non può garantirle i soldi che avrebbe preso altrove. Guadagnare meno le pesa?
«Lo
so che guadagnerò molo meno, ma i soldi non sono tutto, non contano
solo quelli e davvero in questo momento per me hanno più valore altre
cose. Io non dimentico mai da dove vengo e chi sono. A Cuba da ragazzo
giocavo senza scarpe perchè i miei genitori non avevano i soldi per
comprarmele»
Allora, andrà a giocare nella Lube Treia, come si è già scritto?
«E’ un’ipotesi molto concreta, non abbiamo ancora concluso ma direi che è molto probabile che la Lube sia la mia nuova società»
La grande rivale della “sua” Trento. Cosa accadrà quando tornerà da avversario a Trento?
«Diciamo
intanto che a Trento sarei rimasto a vita e mi è dispiaciuto andar via
uando il presidente non poteva più mantenere la squadra che aveva vinto
tutto. A Trento ho casa e intendo vivere. Sarò sempre grato a Trento e
al presidente Mosna che ha creduto in me prima ancora che potessi
dimostrare il mio valore. Sono grato a tutti, a Mosna, all’allenatore
Stoytchev, a Beppe Cormio che hanno avuto fiducia nelle mie potenzialità.
Ai tifosi di Trento io ci tengo molto. Non bisogna mai dimenticare da
dove si è venuti, il proprio passato. Sono pronto a prendermi gli
applausi di chi non dimentica ciò che ho fatto con quella maglia e i
fischi di chi non accetterà la mia scelta. Non posso farci niente»
Con Trento ha vinto tutto, il segreto di quello squadrone?
«Eravamo
un gruppo di bravi giocatori che erano anche brave persone: questa è
stata la nostra fortuna. Nessuno faceva il fenomeno, nessuno diceva al palleggiatore: dai la palla a me!  E non ci accontentavamo
mai, volevamo sempre fare meglio e lavoravamo tanto. Penso che se non
fossero sorte difficoltà economiche, nessuno avrebbe voluto chiudere
quel ciclo, avremmo vinto ancora»
Il momento più bello della sua carriera, se deve sceglierne uno?
«La
vittoria nella Champions League di Bolzano: giocavamo in casa, davanti a
8.000 nostri tifosi, avevamo tante pressioni, volevamo far felice il
nostro pubblico. Fu una finale durissima con lo Zenit Kazan: quella
vittoria mi è rimasta dentro»
Trento può vincere la regular season, se l’aspettava? Da Lanza a Giannelli e Nelli: i giovani crescono.
«No,
sono sincero, non me l’aspettavo. Lanza è cresciuto molto, fa tutto
bene, lavora molto, ci tiene e si allena tanto. Giannelli e Nelli? Ne
sentiremo parlare a lungo, ne sono certo»
Lei
ha sempre detto di sognare l’Olimpiade. Farla con Cuba sembra essere un
sogno impossibile, ma potrebbe realizzarlo in maglia azzurra. La
Nazionale italiana è l’ultimo treno per Rio 2016. Europei e Coppa del Mondo le prime occasioni.
«Si
è vero. Con il ct Berruto ci siamo scritti, presto parleremo credo. A
breve penso di essere disponibile, quando sarà guarito. Ci sto pensando,
a 30 anni è davvero l’ultimo treno. Se il ct mi chiamasse, andrei
sereno. Provando a qualificarci, perchè ancora dobbiamo qualificarci per
l’Olimpiade di Rio». 
Bello che dica dobbiamo… Le polemiche del passato? Superate?
«Ma si, tutto chiarito, nessun problema. Saremo uniti per lo stesso obiettivo»
Lontano dal volley, come ama passare il tempo?
«Fare
shopping, sono un po’… femminile in questo – e sorride -. Stare con
gli amici e dormire. Sono un dormiglione, ho bisogno di riposare tanto.
Non leggo, lo ammetto»
Ha realizzato i suoi sogni? C’è qualcosa di particolare che a Cuba faceva da ragazzo?
«Direi
che sono andato ben oltre i miei sogni. A volte non mangiavo per andare
a vedere la nazionale cubana che si allenava. Noi avevamo il campo solo
una volta a settimana, gli altri giorni giocavamo all’aperto. A Roca
chiedevo le scarpe vecchie quando sapevo che gliene avevano date di
nuove. A Cuba erano tempi duri, c’era la crisi: a turno i quartieri, i
paesi, restavano senza luce: allora noi ragazzi andavamo sulla spiaggia,
accendevamo falò, cantavamo e giocavamo in allegria»
Il suo futuro dopo la pallavolo?
«Di
sicuro non farò mai l’allenatore. Se il fisico tiene, vorrei giocare
altri cinque anni. Poi proverò con il beach volley, devo trovare un
bravo compagno…»