Champions League, semifinali 2019

Calcio Champions, le vittorie degli sconfitti

I risultati sorprendenti che hanno caratterizzato le semifinali della Champions League questa settimana dovrebbero insegnare molte cose un po’ a tutti in questo mondo calcistico che si è progressivamente allontanato dall’essenza dello sport, trasformandosi essenzialmente in un fattore economico.
Sbagliano un po’ tutti: dalle stesse società di calcio agli addetti ai lavori che a vari livelli denunciano un distacco, una lontananza dalla realtà che palesano con sconcertante superficialità. Salvo poi dover aggiornare e contraddire sentenze frettolose emesse senza dubbio alcuno, costruite con il corollario di commenti e lezioni che ogni volta vorrebbero avere un valore definitivo ma che spesso, e in questi ultimi dieci giorni se n’è avuta ulteriore prova e conferma, non sopravvivono alla realtà di ciò che accade.

Le rimonte nello sport e nel calcio in particolare, ci sono sempre state e hanno fatto la storia perché nel bene e nel male, nella gioia di chi vince e nell’amarezza di chi si vede sfuggire un successo che credeva suo, restano indimenticabili, scolpite nella memoria anche perché foriere di emozioni forti. Nella storia della Champions League la sconfitta del Milan in finale contro il Liverpool, quando dal 3-0 i rossoneri si ritrovarono sul 3-3 per poi perdere a rigori è l’emblema dell’impossibile che diventa realtà. Ma come dimenticare la finale di San Siro, col Bayern Monaco raggiunto e beffato dei minuti conclusivi dal Manchester United?
Ma nel nuovo calcio, sempre più veloce, sempre più tecnologico, le partite hanno dimostrato di poter sfidare la realtà del tempo, di allungarlo come in passato non accadeva. Ora si gioca e si pensa di poter ribaltare partite fino all’ultimo respiro, all’ultimo secondo del tempo di recupero, come ha fatto il Tottenham con Lucas Moura ad Amsterdam.

L’eliminazione di Barcellona e Ajax nelle semifinali di questa edizione sembra uno sberleffo ai tutti i presunti esperti di calcio. Mi sono ritrovato a fare il tifo per il Tottenham non certo per sentimenti vendicativi nel confronti dei giovani olandesi che avevano eliminato la mia Juventus, né per la bella divisa verde da trasferta. Un po’per la presenza di Llorente, attaccante anche ex juventino dalle qualità particolarmente funzionali per un certo calcio. Abile colpitore di testa, Llorente è quasi paradigmatico nel trattenere e proteggere palla facendo salire la squadra per lo sviluppo di manovre offensive rapide ed efficaci.
Ma in quel bellissimo secondo tempo all’Amsterdam Arena, il Tottenham mi ha entusiasmato per quanto ha creduto nella rimonta impossibile e per come ha giocato. C’è chi ha definito poco divertente il gioco dei londinesi di Pochettino: beh, sbaglia di grosso. Il secondo tempo del Tottenham si è rivelato una lezione di carattere, gioco di squadra, fantasia, condita da quel fattore sempre imprescindibile: una buona dose di fortuna. La tripletta dell’outsider brasiliano Lucas Moura (il quinto giocatore a segnare tre gol in una semifinale di Champions, dopo Del Piero, Cristiano Ronaldo, Olic e Lewandowski) che era in campo solo per l’infortunio della stella Kane, ha sublimato le qualità di una squadra cresciuta a piccoli passi negli ultimi anni, l’anno scorso eliminata dalla Juventus negli ottavi e quest’anno promossa nel turno eliminatorio a gironi solo per la sbadataggine dell’Inter.

L’Ajax osannato e portato ad esempio senza riserve dopo aver eliminato Real Madrid e Juventus, si è ritrovato all’improvviso nudo e vittima della sua gioventù, della sua inesperienza, delle sue pecche difensive che per ragioni diverse nè Real Madrid nè Juventus erano riuscite ad evidenziare e sfruttare. Un po’ di misura e saper leggere oltre i semplici risultati, non guasterebbe in un’epoca in cui troppi commentatori fanno sfoggio di presunzione (talvolta arrogante), più che di competenza. Ribadendo la sconcertante superficialità con cui vengono puntualmente accolti i sorteggi, salvo poi scoprire che i valori reali sono ben diversi.
L’impresa del Tottenham era stata preceduta dall’ennesimo clamoroso tonfo del Barcellona, non nuovo, anzi ormai si dovrebbe dire abituato, a subire mega rimonte: battere 3-0 il Liverpool al Camp Nou non è bastato. Quattro a zero per i Reds ad Anfield e la banda Messi ancora fuori alla finale. Anche l’anno scorso il Barcellona era stato eliminato in modo analogo dalla Roma: 4-1 in casa, 0-3 all’Olimpico con la firma decisiva di Manolas. Una buona sorte catalana che sembra essersi esaurita dopo la fantascientifica rimonta nella terz’ultima edizione della Champions, quando il Barcellona superò 6-1 il PSG da cui era stato sconfitto per 4-0 a Parigi.

Insomma, le vittorie degli sconfitti sono diventate quasi una regola. In fondo stava per riuscirci anche la Juventus l’anno scorso: dopo aver perso 3-0 a Torino con il Real Madrid, aveva quasi vinto 3-0 a Bernabeu, prima che un arbitro inglese “con il bidone della spazzatura al posto del cuore” (cit.: Buffon) fischiasse il rigore (per uno scomposto intervento di Benatia) trasformato da Cristiano Ronaldo.

Considerazioni

Né Messi né Cristiano Ronaldo giocheranno la finale di questa Champions League, che ha esaltato e premiato una volta di più il gioco di squadra, i meccanismi compositi che portano alla vittoria con il contributo generale di ogni singolo giocatore. Poi, certo, i grandi campioni regalano le giocate che possono spostare gli equilibri e decidere le partite, ma non è la regola, né l’unico modo per arrivare ad alzare la più ambita delle coppe. E meno male, perché questo aspetto è l’unico elemento che va ad incrinare le false certezze alimentate da un calcio diventato follemente spendaccione. Si arricchiscono procuratori, giocatori che nella maggior parte dei casi non valgono quanto vengono strapagati, allenatori che passano di moda in fretta. Messi non era un extraterrestre? Eppure né l’Argentina, né il Barcellona, con lui recentemente hanno vinto quanto avrebbero potuto, Liga a parte. Fissandosi sull’esaltazione dei miti, si è perso di vista il fascino della Premier League, che salta le qualità agonistiche e il concetto di squadra, che arriva a coinvolgere anche le tifoserie.

Fateci caso: le stelle super osannate e celebrate giocano soprattutto in Spagna (ma in soli tre club) e nel Paris Saint Germain (Cristiano Ronaldo alla Juve è la recente eccezione). Ma la Premier non ha smesso di crescere e questa settimana festeggia il record: quattro finaliste su quattro nelle due competizioni europee. Champions League(Liverpool o Tottenham) ed Europa League (Arsenal o Chelsea) vinte dall’Inghilterra.

E non entro nella stucchevole disputa tra calcio che diverte e calcio che vince: credo che quando si perde, non c’è bel gioco (o presunto tale) che possa divertire il tifoso. L’ideale è, come sempre nella vita, l’equilibrio. Per questo trovo irritanti e imbarazzanti certe critiche, presuntuose e pretestuose, rivolte ad un allenatore come Allegri, due volte finalista in Champions League con la Juventus (per non parlare degli scudetti e degli altri trofei). E mi fa pensare anche l’ostinazione con cui la tifoseria, e purtroppo anche la società bianconera, meditano di stravolgere tutto mollando Allegri. Tramontata l’ipotesi di un ritorno di Conte, ora si batte la pista Pochettino (è l’ultima proposta della moda…), che chiede un ingaggio astronomico.
Penso sia un grosso errore pensare di mollare Allegri (due finali di Champions) nel nome dell’ossessione Champions League che ha fatto perdere la testa e il senso della misura a tutto il pianeta bianconero, al punto che l’ottavo scudetto consecutivo è considerato routine da snobbare? Una sola vince alla fine della stagione e arrivare a quella dannata coppa è terribilmente complicato, come anche questa edizione ha dimostrato. Senza contare che di questo passo anche il bilancio rischia di sprofondare in rosso, con le conseguenze che già altri club hanno dovuto affrontare. E che potrebbe essere Allegri ora a volersene andare, offeso dai tentennamenti del club.