La locandina del gilm Green Book, di Peter Farrelly

GREEN BOOK – Stati Uniti. Regia: Peter Farrelly. Interpreti: Viggo Mortensen, Mahershala Ali. Durata 130 minuti. *visto in edizione originale inglese con sottotitoli in italiano. Piccole porzioni di dialoghi in italiano.

Green book è semplicemente un bel film. Dimentichiamo gli Oscar, che lasciano sempre il tempo che trovano, come ogni premio riguardante il cinema e l’arte in genere.  Persone agli antipodi che conoscendosi trasformano diffidenza e ostilità in accettazione, comprensione e forse amicizia: la storia del cinema è ricca di variazioni su questo tema.
La storia di Green book è ambientata nel 1962, in un’America ancora e sempre profondamente razzista (come oggi insomma… e non solo gli States) specialmente negli stati del Sud con radici storicamente schiaviste. Eppure risulta attualissima nella triste era di Trump e dei suoi muri. Il pianista nero (interpretato da Mahersala Ali, già in Moonlight) è artista di successo che scende dal suo trono per andare a sfidare la grettezza sudista e per il suo viaggio, una specie di Via Crucis sui generis, sempre sospesa tra ammirazione e umiliazioni, ingaggia un italo americano dalle maniere ruvide, ricco di ignoranza e senso pratico. Naturalmente anche lui razzista (butta nella spazzatura due bicchieri usati da operai di colore in casa sua), come quasi ogni essere umano può essere, forse anche per inconsapevole voglia di rivincita perché anche lui vittima di discriminazione e razzismo in quanto italiano.  L’ignoranza è la madre di ogni forma di razzismo e l’America ha sempre abbondato di questa caratteristica, in barba al suo enorme bagaglio di cultura e culture, alla sua enorme presunzione di sapere e volere indicare al mondo la strada giusta.
Ha ragione chi pensa che il film andrebbe visto e rivisto. Per apprezzarne ogni sfumatura e in questo caso la versione originale dovrebbe essere indispensabile, per godere a pieno della straordinaria prova d’attore che regala Viggo Mortensen calandosi nei panni dell’italiano gretto e spavaldo, tenero e noncurante della sua ignoranza, quasi sfoggiata col candore di una genuinità fanciullesca. La gestualità, le espressioni, gli sguardi da vero italiano d’America, e pazienza se quando dà uno schiaffo dimentica l’italian-way di schiaffeggiare e lo rifila a mano aperta invece che con il dorso. Ma anche i dialoghi dei paisà che spesso ascoltiamo in italiano sono chicche di valore che si perdono con il doppiaggio, perché quegli accenti e quelle voci, non sono replicabili.
Anima il film il contrasto tra l’italiano ignorante dai modi spicci e l’artista nero colto, solo nella sua torre d’avorio, discriminato dai bianchi ma anche dai neri che lo vedono “altro”, distante dalla povertà e dai disagi. E ognuno insegnerà qualcosa all’altro, trasmettendo una parte di sé.
Il viaggio, gli incontri, ribadiscono la miseria e l’ipocrisia dell’America Sudista e razzista. falsamente perbenista e marcia nell’anima, che sia quella dei ricchi che si pagano l’esibizione del pianista di successo, artista da applaudire ma uomo da non accogliere nel gabinetto di casa o nella stessa sala da cena, o la ben nota arroganza dei poliziotti, uomini di cartone, odiosamente violenti, mascherati e protetti dalla divisa che indegnamente portano.
Un quarto di secolo dopo la storia di Jesse Owens, che nonostante la gloria regalata agli Stati Uniti con le sue medaglie olimpiche, per cenare in un ristorante doveva entrare dalla porta di servizio, non era ancora cambiato nulla.
Ognuno può essere il nero di qualcuno: italiani, irlandesi e ora messicani e latino americani, solo per restare dall’altra parte dell’Oceano. Ma il virus del razzismo è subdolo e universale, se gli si dà modo di proliferare. E’ insito, talvolta insospettabile, nell’animo umano, pronto a manifestarsi, a esplodere. Il Green book che dà il titolo al film di Peter Farrelly (sì, proprio lui, uno dei due fratelli che hanno firmato tante commedie demenziali) è la preziosa guida da viaggio che segnala i motel che accolgono neri, quasi sempre squallidi ostelli da una stella… Uno strumento indispensabile all’epoca.

I duetti tra l’artista e l’autista, le scene madri in cui cadono le maschere, sono momenti da cineteca di un film che sarà anche hollywoodiano, ma che cerca di raccontare una storia importante con onestà, e soprattutto di raccontare una certa America di quegli anni, i contesti di quel razzismo, le differenze tra Nord e Sud (ad esempio la diversa condotta dei poliziotti on the road), obbligato a piegarsi solo all’alto potere yankee (la telefonata che spalanca le porte della prigione sudista).

Dopo Green book, è probabile che Viggo Mortensen, nell’immaginario dello spettatore, non sia più legato solo al personaggio di Aragorn nella saga del Signore degli anelli: il suo Tony Lip, Frank Anthony Vallelonga, gli resterà cucito addosso a lungo.

Trailer originale

https://www.youtube.com/watch?v=9ZS5d9l8XL0

Trailer doppiato in italiano
https://www.youtube.com/watch?v=lWFLxe0Io0o

La scheda di Viggo Mortensen

https://it.wikipedia.org/wiki/Viggo_Mortensen

La scheda di Mahershala Ali
https://it.wikipedia.org/wiki/Mahershala_Ali

La scheda di Peter Farrelly
https://en.wikipedia.org/wiki/Peter_Farrelly