Aveva
scoperto il male mentre aspettava il suo terzo figlio, nel 2009, al
settimo mese di gravidanza, per uno di quegli spietati tiri del destino,
che ti costringono a fare i conti con l’idea della morte nel momento in
cui una nuova vita sta per nascere. Ma Anna Rita Sidoti è sempre stata
una combattente, un concentrato di coraggio, determinazione e forza di
volontà e non si è fatta abbattere nemmeno dinanzi al male. 
Ha
fatto per quasi sei anni ciò che aveva imparato da ragazza, tra i
banchi della scuola e poi sulle piste rosse dell’atletica e sulla strada
dove ha marciato diventando una campionessa: ha lottato, non si è
arresa. Per lei e per la sua famiglia, per il marito Pietro (medico di
professione) e per i bambini che intanto crescevano, Federico, Edoardo e
Alberto. 
La prima operazione, poi le altre, una serie dolorosa e straziante
perchè ogni volta il male si ripresentava, aggredendola vigliaccamente
lungo i suoi 148 centimetri di statura. «La famiglia mi dà la forza di
lottare», diceva Anna Rita, che un anno e mezzo fa aveva rivelato la sua
battaglia contro il tumore, subdolo e irriducibile, che infine ha
avuto partita vinta, facendo piangere chiunque l’abbia conosciuta e
tutto il mondo dell’atletica italiana e non solo.
Anna
Rita si era avvicinata alla marcia grazie alla sua insegnante di
educazione fisica, Carmela Aiello, che ne intuì le qualità. A seguirla
nell’atletica fu sempre Salvatore Coletta, alla Tyndaris Pattese che fu
la sua società. Dieci medaglie, il titolo mondiale nel 1997, i due ori
agli Europei del 1990 e del 1998 l’hanno fatta diventare l’azzurra più
vincente dopo Sara Simeoni. Esplose a soli 21 anni, un po’ a sorpresa
vinse gli Europei a Spalato, in una edizione particolarmente fruttuosa
per l’atletica italiana, che in quella 10 km di marcia vide arrivare al
bronzo Ileana Salvador, la favorita della vigilia.  Piccolina, minuta,
appena 42 chili in 148 centimetri di statura. 
Era timida nel
raccontarsi, lasciava formulare domande e ad alcune si limitava a
rispondere con un sì. Ripeteva i nomi della sua città natale, della sua
società, si assicurava che fossero scritti esattamente sui bloc notes.
Ma gli occhi vispi e furbi lasciavano trasparire la sua grande vivacità,
il carattere e la personalità che aveva portato nella squadra azzurra.
In realtà era già forte e decisa, una autentica leader che divenne
presto un punto di riferimento, contro le previsioni dello stesso ct di
allora, Sandro Damilano, che la chiamava “piccola grande donna”.
 Nel
gruppo, con le sue amiche e colleghe marciatrici, era una specie di
Gianburrasca di inesauribile vivacità. Sapeva far gruppo senza fare la
primadonna ma con grande carattere. Teneva alla sua Sicilia a cui poi
avrebbe dato gloria portando in dote le sue dieci medaglie. Come molti
altri sportivi, non riuscì a completare la collana di successi con un
alloro olimpico. Capita anche ai migliori. 
Una
volta lasciata l’atletica, ha vissuto l’esperienza della politica
facendo l’assessore comunale, e non disse no al cinema, quando la
regista Emanuela Piovano le propose un ruolo nel film “Le complici”, di
cui si parlò all’epoca perchè conteneva una scena con un bacio saffico.
Ora il terribile male ha sconfitto il suo corpo, spingendola
impetosamente giù dal podio della vita. 
L’attuale presidente della Fidal, Alfio Giomi, l’ha conosciuta bene ed ha espresso, nel ricordarla, la costernazione e
la tristezza del mondo dell’atletica: «Le medaglie della Sidoti sono storia del nostro
sport, ma in questo momento dobbiamo ricordare Anna Rita e quello che
fino all’ultimo istante ha rappresentato come donna. La sua grinta, la
sua tenacia e quel sorriso che le illuminava il volto sono entrati nel
cuore di tutti. Ho avuto la fortuna di essere capo delegazione della
squadra azzurra in occasione dei suoi successi a Spalato e Budapest e
l’immagine di lei che sventola, piena di gioia, un’enorme bandiera
tricolore è un ricordo che in questo momento mi emoziona profondamente».