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Sul Corriere dello Sport di domenica 27 dicembre 2015

Il
professore si è spento alla vigilia di Natale. Carlo Vittori  aveva 84
anni ed è passato alla storia dello sport italiano indissolubilmente
legato al suo più celebre allievo, Pietro Mennea, con il quale seppe
formare un binomio assolutamente unico. Hanno avuto bisogno l’uno
dell’altro per portare l’atletica italiana a livelli stratosferici.
Carlo Vittori, che era stato velocista all’inizio degli anni ‘50, da
tecnico fu un innovatore, fautore di un approccio particolarmente
impegnativo e totalizzante, che prevedeva carichi di lavoro pesanti e
uno spietato rigore nell’applicazione. Trovò in Mennea l’interprete
ideale delle sue teorie e una volta scoccata la scintilla della
comunione di intenti, la loro unione, pur con qualche scossone
inevitabile, arrivò a produrre i massimi risultati. «Pietro era il
peggior nemico di se stesso, perché non si amava molto, io ho imparato
da lui a fare l’allenatore» diceva Vittori.
Ma
quel che la coppia Mennea-Vittori è arrivata a fare nell’atletica è
storia nota probabilmente perfino a chi non sa molto di atletica o a chi
magari si è imbattuto nella recente fiction televisiva (ma quante
lamentele per aver rappresentato in maniera troppo edulcorata il
personaggio di Vittori). Meno ricordato il suo ruolo di allenatore a 360
gradi, che all’inizio della carriera lo vide occuparsi dei saltatori in
alto e ad un certo punto perfino di un certo Roberto Baggio, allora
giovane e fragile talento che la Fiorentina aveva acquistato dal
Vicenza, temendo poi di perderlo per complicati interventi chirurgici.
Baggio aveva una gamba più corta di sette centimetri, ma ci pensò il
professore a lavorare per il completo recupero di quello che sarebbe
diventato uno dei più grandi e ammirati calciatori italiani. Vittori ha
lasciato testi ancora oggi studiati, un libro uscito l’anno scorso,
intitolato “Nervi e cuore saldi. L’allenamento del velocista nelle sue
componenti motivazionali e biologiche” che riassume il suo credo in un
mix di lavoro ai limiti delle capacità fisiche, sorretto da una
indispensabile ed enorme spinta motivazionale.
  

Il maestro dei maestri, come viene definito, l’allenatore per
eccellenza dell’atletica italiana è sempre stato un personaggio atipico,
scorbutico, difficile. Una sorta di burbero signore forte delle sue
convinzioni (e dei risultati raggiunti) che non si sforzava di essere
simpatico perchè non gliene importava nulla di come appariva agli altri.
Amava sempre dire la sua con schiettezza, senza diplomazia nè
mediazioni di sorta. Interlocutore anche ruvido e per questo perfino
emarginato, man mano che il mondo dell’atletica cambiava, cedendo il
passo alle ragioni economiche. Avversò il doping con tutte le sue forze,
lasciò la Scuola di Formia quando capì che di non essere più in
sintonia con l’ambiente. «Facevamo i controlli con le analisi di sangue e
urine ma non andava bene a qualcuno. Me ne andai». Ebbe un ruolo importante anche nel rcord mondiale degli 800 siglato da Marcello Fiasconaro, che gli ha reso omaggio ringraziandolo pubblicamente: «Lo preparammo sei mesi prima, a Formia» ha detto Marcello, commosso nell’apprendere la notizia a Città del Capo, dove vive oggi.

L’ultima uscita pubblica di Carlo Vittori giusto un mese fa, per i 60 anni della
Scuola di atletica leggera di Formia, senza tradire se stesso e la sua
proverbiale voglia di dare libero sfogo ai suoi pensieri. «Ho sempre
detto quello che penso». Protestava perchè a Formia erano sbarcati tanti
altri sport e la sua Scuola non era più solo regno dell’atletica («Le
medaglie le ha vinte l’atletica!»), rincarava la dose sul tema del
doping e del lavoro: «Mi fido solo di Bolt. Gatlin? Chi si è dopato non
dovrebbe più gareggiare». Gli ultimi strali sul decentramento,
sull’imborghesimento degli atleti militari che si allenano a casa, sulla
mancanza di tecnici. Parlare con lui significava avere sicuramente un
titolo ad effetto. Ma il maestro dei maestri (a cui la Fidal aveva da
poco conferito la Quercia al merito di terzo grado, la più alta
onoreficenza) nel tramonto del suo cammino, auspicava la condivisione
per la sua atletica, che nel momento del bisogno avrebbe voluto vedere
unita e propositiva.  
LA SCHEDA
Carlo
Vittori era nato ad Ascoli Piceno il 10 marzo del 1931, si era
affermato in gioventù come sprinter, arrivando a vestire la maglia
azzurra per otto volte, tra il 1951 e il 1954 (nel 1952, parteciò ai
Giochi di Helsinki). Successivamente nel ruolo di allenatore, guidò
Pietro Mennea alle sue molte medaglie e al record mondiale dei 200: il
19”72 di Mexico City nel 1979.
Il
binomio Mennea-Vittori si rivelò il nucleo di una vera e propria scuola
italiana dello sprint capace di meritarsi il rispetto dell’atletica
internazionale.   Dal lavoro con altri tecnici, tra i quali vanno
ricordati il compianto Plinio Castrucci (anche lui scomparso nel corso
di quest’anno) ed Ennio Preatoni, scaturì il periodo di massimo fulgore
della velocità italiana, a cavallo tra la fine degli anni 70 e l’inizio
degli anni 80. Un’età dell’oro idealmente culminata, al di là degli
straordinari successi di Pietro (il primato mondiale dei 200 di Messico
1979, l’oro olimpico di Mosca 1980, solo per ricordare i due momenti più
alti) nella medaglia d’argento mondiale della staffetta 4×100 a
Helsinki 1983, con il quartetto azzurro (Tilli, Simionato, Pavoni,
Mennea) incastrato tra  Stati Uniti di Carl Lewis e le maglie rosse
dell’Unione Sovietica, le due superpotenze, anche sportive, dell’epoca.
Se Mennea fu il fenomeno unico e per molti irripetibile, quello che
seppe fare quella staffetta esaltò il lavoro tecnico di un gruppo di
atleti che concluse idealmente un periodo indimenticabile.