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Raccontando Volley Scuola, il puzzle 2019

Questo è il puzzle del Volley Scuola 2019, un testo che se fosse un album musicale definiremmo the best of, il meglio degli elaborati composti per Raccontaci Volley Scuola, naturalmente secondo il mio giudizio. Non ci sono i nomi dei ragazzi e delle ragazze che li hanno scritti: diciamo che questo puzzle è frutto del gioco di squadra della grandefamiglia degli studenti pallavolistici che si sono messi in gioco scrivendo.

Non è raro trovare professori che si improvvisino coach di prim’ordine pronti a sposare i propri alunni, ad incitare la tifoseria e festeggiare urlando a squarciagola per un punto sofferto e sudato. Presentandosi ai loro studenti diversamente da come sono abituati a vederli nell’ambiente didattico.

Era uno scapestrato e il Volley Scuola lo ha rimesso in riga. Gli ha insegnato il valore della costanza e dell’impegno, il valore della stanchezza ripagata dal raggiungimento dell’obiettivo, il valore del sacrificio. Ha insegnato a mio padre il lavoro di squadra anche con persone del tutto diverse da lui, con cui mai avrebbe pensato di stringere un legame così forte, il sapere aiutare un compagno a rialzarsi in momenti di difficoltà, la capacità di reagire e di non mollare davanti a una difficoltà.

Quando ho scoperto la malattia, la mia prima reazione, per tutti comprensibile, è stata quella di chiudermi in me stessa, di rifiutare l’aiuto degli altri, di non voler più lottare, la vita mi aveva profondamente delusa! Ma dopo l’iniziale abbattimento, è stata proprio la pallavolo a ridarmi gli stimoli giusti per reagire, per riprendere la lotta.

Mi sono accorta allora di quanto fosse indispensabile l’aiuto degli altri nei momenti di difficoltà.

La cosa che mi ha colpito più di tutto è stata vedere le bambine, nei cortili dei palazzi, giocare a tutte le ore del giorno, non conoscendo la paura dell’allarme bomba. In Afghanistan le ragazze della mia età non possono frequentare la scuola, solo le fortunate e dopo poco tempo devono abbandonarla perché promesse spose dalla famiglia.

Ero destinata a una vita di doveri ma senza alcun diritto. Io volevo essere libera e l’unico momento in cui davvero mi ci sentivo  era quando giocavo con la palla con il mio papà.

Lo sport le fornisce il contatto che cercava, le dà consapevolezza di sé. Ora si sente parte della squadra e meno malinconica.

Io non ho scelto di essere sola ma forse con i miei modi di fare e con il fatto che nessuno ha voluto conoscermi, lo sono rimasta.

Era lo sport giusto per me, mi piaceva, mi divertivo, mi sentivo in sintonia con me stessa e con gli altri e mi liberavo da tutti i miei problemi .

Nella vita l’ansia e l’agitazione non portano nulla di buono. Ho capito che quella partita non la dovevo giocare per dimostrare agli altri chi sono, dovevo prima di tutto dimostrarlo a me stessa. In realtà quella partita non era che una sfida contro me stessa.

La guerra era così: uno stravolgimento totale della vita che cancella l’idea di un futuro solido, nessuno sa cosa succederà il giorno seguente, nessuno sa chi ci sarà il giorno seguente, la realtà diventa precaria e fragile come una foglia secca.

Se si vince o si perde lo si fa tutti insieme. Siete una squadra e ognuna ha la propria responsabilità.Le sconfitte a oltre sono più importanti delle vittorie perché ti danno una marcia in più e ti permettono di diventare più forte.

Ho capito che i miei genitori che credevo lontani e indifferenti mi amano e si preoccupano per me sempre

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