Dopo dieci anni Ray Wilson è tornato ad esibirsi a Roma, ospite di Stazione Birra in una serata dedicata alla musica dei Genesis. Prima e dopo di lui hanno suonato il Notturno Concertante (Lucio Lazzaruolo, Raffaele Villanova alle chitarre e Nadia Khomoutova al violino) e i Masters of Jam. When Ray in Rome era il marchio della serata, ricordando il When in Rome dei Genesis nel 2007, quell’occasionale reunion al Circo Massimo.

Dieci anni fa c’erano una cinquantina di persone per Ray a Stazione Birra. Ricordo quanto rimasi deluso dalla scarsa audience di quella sera, soprattutto alla luce della bellezza e dell’intensità di quel concerto, vissuto sotto il palco, con Ray Wilson che iniziava la sua carriera di qualità post Stiltskin e post Genesis, gruppo da cui fu sedotto e ingiustamente abbandonato ed al quale avrebbe potuto dare ancora molto.
Come peraltro ha ugualmente fatto, perché se la musica dei Genesis è stata riscoperta, riproposta e tenuta in vita negli ultimi anni, lo si deve alla passione e all’amore per quella musica dimostrato da Ray Wilson e Steve Hackett, che ora non smette di cavalcarla.

Stavolta Stazione Birra era affollata da quasi trecento persone, in pratica un tutto esaurito e la performance del Ray Wilson Trio (Ali Ferguson alla chitarra, Kool Lyczek alla tastiera) è stata di grande qualità. Il musicista scozzese ha alternato pezzi del suo repertorio, includendo quella Inside che fu il primo successo degli Stiltskin, a brani dei Genesis (Carpet crawlers, No son of mine, Follow you Follow me, per citarne qualcuno) dei suoi ultimi album (Propaganda man ad esempio), cover di Peter Gabriel, una bella versione di Heroes (dal suo idolo giovanile David Bowie) e una Wish you were here cantata dal chitarrista Ali Ferguson, e pure una canzone inedita.

Musica e parole

Ray Wilson si è concesso generosamente e con semplicità, suonando, cantando e raccontando qualcosa di sè sul palco, prima di prestarsi con pazienza alle richieste di selfie e autografi, alternardo sorsate di birra e acqua minerale. Ha raccontato della sorpresa quando realizzò che la musica dei Genesis in Italia riscuoteva un amore profondo, al punto che nei primi concerti il pubblico sapeva le parole delle canzoni meglio di lui… E poi della passione giovanile per David Bowie e Neil Young: “Mio fratello Steve (lui e Ray insieme nei Cut) cantava e io ero invidioso, volevo anche io diventare un cantante”. Jean Genie, After the gold rush facevano parte del suo primo repertorio.
Il pubblico italiano lo ha scoperto a poco a poco, tra le molte cover del repertorio Genesis e la sua musica sempre più bella e matura, orecchiabile senza essere commerciale. Sempre interpretata con notevole personalità. Devo ammettere di essere un grande fan si Ray Wilson, fin dall’ingiustamente bistrattato album Calling all stations, la grande illusione Genesis. Ho comprato sul suo sito tutti i suoi dischi e penso che Ray sia davvero l’essenza del musicista di valore che ha raccolto meno di quanto meritasse ma che alla lunga ha saputo crearsi un pubblico fedele e appassionato.
Unendo qualità umane lo scozzese è agli antipodi dello star system, vive della sua musica con centinaia di concerti che ogni anno lo portano in giro per l’Europa soprattutto. “Con la mia band vado più che d’accordo, con loro passo più tempo che con la mia fidanzata” confessava ieri sera dopo il concerto. Dopo aver ribadito la passione per l’Italia e per il suo cibo, a cominciare dalla “caprese”, mozzarella e pomodoro.
E per il gran finale è tornato sul palco a cantare insieme a Notturno Concertante e Masters of Jam, l’imperdibile I know what i like, epilogo ideale di una bella serata di musica genesisiana.


Musica vilipesa, pubblico cafone

Discorso a parte merita il climax che si crea a Stazione Birra. Mi ero ripromesso di non frequentare più e se dopo vari anni sono tornato, è stato solo per Ray Wilson. Ma devo dire che trovo intollerabile, irriguardoso e cafone, l’atteggiamento di una parte troppo numerosa e rumorosa del pubblico. Un concerto è un concerto, si deve andare per la musica, non per mangiare e chiacchierare a voce alta con gli amici. Mi rendo conto che l’incasso si fa anche e forse soprattutto con cibo e bevande, ma se gli avventori parlano e schiamazzano ad alta voce per farsi sentire nonostante la musica, c’è qualcosa che non va. Almeno per come intendo io la musica e il rispetto per gli artisti, famosi e non, che salgono sul palco. Anche il personale dietro il bancone contribuisce, bisogna dirlo. E quando la musica non copre l’insopportabile brusio (brusio? diciamo chiasso come potrebbe farne una scolaresca), ciò che si ascolta è avvilente. Guardavo in volto quelle facce toste, anche e soprattutto gente di età matura, che incuranti della musica straparlavano ad alta voce. Provando sconcerto e disprezzo. Cartellino rosso, pubblico da espellere. Ma visto che non si può, alla Stazione Birra (e nei locali simili) sono io a scendere. Preferisco la musica.


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