Anna Muzychuk, la regina degli scacchi non si piega

Anna Muzychuk ha fatto la cosa giusta. La regina mondiale degli scacchi ha preso una decisione che tante volte ci si sarebbe auspicati da parte dello sport, individualmente o collettivamente. La campionessa ucraina ha annunciato il suo atto di ribellione sulla sua pagina Facebook: non si recherà a gareggiare in Arabia Saudita. E l’ha spiegato così:
Nei prossimi giorni ho in programma di perdere due titoli di campionessa mondiale, uno alla volta. Questo perché ho deciso di non recarmi  in Arabia Saudita. Non voglio giocare seguendo le regole di qualcuno, non indosserò l’abaya, non voglio essere accompagnata ogni volta che desidero uscire, ma – soprattutto – non sono una creatura secondaria. Esattamente un anno fa, ho vinto questi due titoli: ero la persona più felice nel mondo degli scacchi, ma questa volta mi sento davvero male. Tuttavia, manterrò fede ai miei principi, salterò l’evento, dove in cinque giorni avrei potuto guadagnare più punti che in una dozzina di eventi messi insieme. Tutto questo è molto fastidioso, ma la cosa più sconvolgente è che a quasi nessuno importa davvero di tutto ciò. È una sensazione davvero amara, ma non cambierà la mia opinione e i miei principi. Lo stesso vale per mia sorella Mariya, e io sono davvero felice che noi due condividiamo questo punto di vista. E sì, per quei pochi che si preoccupano, sappiate sin d’ora: torneremo!

Ho letto sul web considerazioni piuttosto discutibili, che associano la rinuncia della campionessa, l’elogio ricevuto da molti organi di stampa, e il fatto che anche questo Paese venda armi a quel Paese. Detto che il capitolo della vendita delle armi e dell’ipocrisia è storia antica e rinnovata, il nesso sembra retorico e inesistente. Avebbe senso se chi ha elogiato il no di Anna vendesse personalmente le armi agli arabi.
Piuttosto la scelta di Anna ricorda come anche lo sport potrebbe avere un ruolo se esprimesse comportamenti realmente etici, rifiutando complicità e connivenze, anche solo a livello di accostamento di immagine, con quei Paesi dove la libertà è un’ipotesi non contemplata, dove i diritti umani sono stati annullati o mai considerati, dove le donne non sono considerate come esseri umani. La presenza di campioni accanto a dittatori e regimi autoritari, non fa che dare lustro a quei personaggi. Per molti sportivi pecunia non olet e pazienza se chi li ingaggia si macchia di nefandezze. Ma ciò avviene anche ai massimi livelli sportivi, che continuano ad assegnare grandi eventi a Paesi a rischio o antidemocratici. Basta pensare al Cio che dette l’Olimpiade a Pechino, nel 2008, dicendo che i Giochi avrebbero contribuito a migliorare la situazione in Cina per i cinesi. Cosa fa la Cina è storia nota: dal 2008 le cose sono anche peggiorate per chi ha opinioni critiche con il regime. Si marcisce in galera, si muore. Ma la Cina è ricca. E ormai nello sport, anche nello sport, contano solo i soldi.