Nell’agosto 2016 si consumava una tappa importante del complotto truffaldino di cui si è macchiata l’atletica mondiale cancellando deliberatamente Alex Schwazer dallo sport. Così Visto dal basso iniziava un amaro post alla vigilia dell’Olimpiade di Rio 2016, dopo la sentenza del TAS (dimostratosi Tribunale Anti Schwazer) magistralmente illustrato dalla vignetta di Serena Stelitano, che raffigurava il marciatore azzurro sulla croce. “Ingiustizia è fatta! A Rio de Janeiro è stato crocifisso il marciatore azzurro campione olimpico Alex Schwazer, come mirabilmente sintetizza la vignetta di Serena Stelitano. Otto anni di squalifica e fine della carriera. Una sentenza durissima anche per un dopato, figuriamoci per un innocente”...

Da mesi aspettavo con trepidazione il momento in cui i risultati delle analisi del DNA del RIS di Parma sarebbero stati resi noti, perché era apparso ben presto evidente ciò che tutti sapevamo: le provette di Alex Schwazer prelevate all’alba di Capodanno del 2016 (per un controllo con scopo preciso, deciso all’indomani della testimonianza del marciatore al Processo di Bolzano) furono manipolate e adulterate. La parola anomalia caratterizzò le varie fasi del processo di crocifissione di Alex, che nel frattempo sotto la guida tecnica di Sandro Donati e di uno staff creato ad hoc e sotto il controllo severo di una equipe medica, era tornato alle gare stravincendo la Coppa del Mondo a Roma e dimostrando di poter vincere l’oro olimpico a Rio sulla 50 km (e magari anche un’altra medaglia pregiata nella 20 km).
Nei post linkati in fondo, ritroverete le tappe della vicenda, l’indignazione per il comportamento di troppi. La Iaaf, la Wada, il Laboratorio di Colonia, il Tas. E pure la condotta della Federazione Italiana, che non si adoperò come avrebbe dovuto per appoggiare la palese innocenza del marciatore altoatesino, che con ogni probabilità avrebbe tra l’altro reso ben diverso il bilancio dell’atletica italiana ai Giochi di Rio 2016. Solo il presidente del Coni Malagò, per quanto gli fu possibile, dimostrò di credere nella sua innocenza.
Prelievo nel giorno di festa (mai successo prima), provetta che dopo giorni a spasso per l’Europa arrivò non anonima ma con l’etichetta del luogo di provenienza, la catena di custodia compromessa, aperta ad ogni manipolazione perché fu ben presto chiaro che le provette potevano essere aperte e richiuse. E poi le fasi successive, con la provette negate perfino all’autorità giudiziaria italiana. E se non fosse stato per la tenacia del Gip Walter Pelino, del Tribunale di Bolzano, il complotto sarebbe stato per sempre al sicuro.
Il delitto perfetto è stato comunque compiuto. Il sistema doveva punire Schwazer, che aveva osato svelare i retroscena del suo viaggio negli inferi del doping. E forse anche e soprattutto il suo nuovo allenatore Sandro Donati, paladino da sempre della lotta al doping. Alle prese con un talento straordinario come Alex, Donati (con il supporto di Mario De Benedictis) aveva dimostrato che l’olimpionico di Pechino, fermato per doping alla vigilia dell’Olimpiade di Londra 2012, con l’allenamento e con le sue qualità andava più forte di quando si stava dopando.
Sarebbe stato un colpo tremendo per chi sulla pelle degli atleti specula, per gli affaristi del doping.

Giovedì in Tribunale a Bolzano

I risultati dell’esame del DNA, illuminanti e decisivi nonostante gli anni trascorsi e tutte le manipolazioni, verranno presentati giovedì al Gip Pelino, del Tribunale di Bolzano. Ma già dalle anticipazioni, con tanta amarezza per tutto ciò che il novello sposo Alex Schwazer ha dovuto passare, posso dire che il momento che anche io aspettavo con ansia è finalmente arrivato. La professione si è imbastardita, è vero, ma vorrei tanto vedere le facce di tutti coloro che accoglievano con sorrisetti e compatimento ciò che scrivevo sia sul Corriere dello Sport che su Visto dal basso, commentando talvolta con insulti anche vigliacchi perché non diretti. Per non parlare dei ripetuti sproloqui che ci siamo dovuti sorbire nel corso delle più disparate telecronache di atletica.
Allora mi chiedevo come avrebbero dormito la notte, quando lo scandalo montato ad arte per far fuori sportivamente Schwazer e Donati sarebbe stato smascherato.
Probabilmente come prima, perché chi ha voluto chiudere gli occhi e negare l’evidenza, oltre a dimostrare di non saper capire, analizzare, giudicare, dubito che abbia lo stesso genere di coscienza di chi seguì senza pregiudizi la seconda vita agonistica d Schwazer. Ma io. evidentemente, ho un’altra concezione dell’etica giornalistica.
Sarei curioso di sapere, adesso, cosa pensa chi dette voce e titoloni al livore del marciatore australiano Jared Tallent, dimostrando di spalleggiare la fazione colpevolista. E perché no, anche il commento dello stesso Tallent, che nell’unico confronto diretto, a Roma, arrivò ad oltre tre minuti e mezzo da Alex e che in conferenza stampa continuò ad accusarlo e denigrarlo.

E cosa dirà Sebastian Coe, presidente della Iaaf, quando il Tribunale ratificherà che Schwazer fu vittima e non colpevole? Lui sostenne che il caso Schwazer era un qualsiasi caso di doping, come tutti gli altri. La sua fu superficiale connivenza con la manipolazione o semplicemente ignoranza e inadeguatezza al ruolo? Come si comporterà ora la Iaaf nei confronti di Schwazer, che è stato squalificato per otto anni? E la Wada? E il Laboratorio di Colonia? Tutto il sistema atletica finirà sotto giudizio. Crollerà? Sarà rifondato? O tutto continuerà come prima?
La vicenda Schwazer ha rappresentato ai miei occhi la morte dello sport e dei suoi valori presunti. Chi non mosse un dito allora, dovrebbe trovare almeno il coraggio di chiedere scusa. Ma dubito fortemente che avverrà, L’atletica degli scandali e del doping, che anche in Italia è ben nota, non è mai morta.



Schwazer su Visto dal basso

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