Del Monte Coppa Italia SuperLega 2018. Sir Safety Conad Perugia festeggia. Foto LEGA PALLAVOLO-ZANI

Difendiamo la libertà di bandiera sul podio e nei festeggiamenti dalla maleducata grettezza. Il mio volley libero non prevede divisioni oscurantiste e stoltamente nazionaliste ma l’unione, l’apertura e l’accoglienza di atleti e uomini di varia estrazione geografica. Era già successo ma sarebbe un errore fingere e sottovalutare l’ignoranza e la grettezza, specie quando si annidano nelle pieghe del potere, anche quando covano tra sgrammaticature ideologiche e verbali.
Anche in Italia, come ad esempio avviene nella Nba di basket, la squadra vincente festeggia e alcuni giocatori che lo desiderano, mostrano la bandiera del loro Paese di provenienza, ci si avvolgono con gioiosa allegria, mostrando la loro identità geografica.
Pur sforzandomi, non riesco a cogliere il minimo segnale di maleducazione in questo gesto innocente ed anzi significativo, per chi voglia vedere queste manifestazioni senza la lente dell’ottusità e della grettezza di estrazione politica-ideologica. Quando Trento vinceva nel volley, ad esempio, sventolavano i vessilli della Bulgaria (che peraltro ha gli stessi tre colori dell’Italia: bianco rosso e verde), la patria di Kaziyski e Stoytchev. O magari dell’Argentina (come si vede nella foto).

Si festeggia anche con le bandiere della Bulgaria e dell’Argentina

Anche a Bari, al PalaFlorio, le foto delle feste della Sir Safety Perugia hanno mostrato porzioni di bandiera serba che Podrascanin e Atanasijevic hanno messo sulle spalle o agitato, accanto ad Anzani vestito di tricolore. Questi giocatori sono stati maleducati? Assurdo sostenerlo, ovvio. La reale mala educacion, come l’avrebbe definita il regista spagnolo Almodovar (sventola la bandierina iberica sul mio pc…) sarebbe quella impartita all’insegna dell’intolleranza miope dagli integralisti dei festeggiamenti autarchici.
Quando Belinelli vinse con i San Antonio Spurs l’anello Nba, festeggiò avvolto nel tricolore, accanto a bandiere serbe e argentine. Insomma, una consuetudine anche bella, che sottolinea come si possa fare squadra e vincere, unendo campioni di ogni luogo sotto una bandiera comune, quella del club. Come domenica la Sir Safety Perugia a Bari.

Per non parlare dei palasport o degli stadi di calcio, dove i tifosi inneggiano alla loro squadra anche con bandiere dedicate alle nazionalità dei loro beniamini: sulle tribune della serie A non si contano i vessilli brasiliani e argentini, cileni quando Vidal giocava nella Juventus o colombiani in onore di Cuadrado, per fare qualche esempio.
Insomma,  sul podio i pallavolisti di Perugia sono stati tutt’altro che maleducati, etichetta che si adatta meglio a chi vorrebbe combattere questa innocente consuetudine.
Ma si sa che il tifoso talvolta manca di lucidità. Sarebbe assai più grave se ad esprimere certi concetti fossero dirigenti federali di qualsiasi livello. In tal caso andrebbero destituiti e mandati a scuola di educazione sportiva. Dal Coni o altrove.