*Visto in edizione originale inglese con sottotitoli in italiano.
Ammetto di non conoscere a fondo, e nemmeno superficialmente, la cultura ebraica che pare sia una chiave di lettura fondamentale per comprendere al meglio L’incredibile vita di Norman, il primo film americano del regista Josep Cedar. Di conseguenza cercherò di limitare al mio status di spettatore l’approccio con un film che colpisce, straordinariamente interpretato da Richard Gere, che attraversa la storia e lo schermo con quel suo look decisamente particolare. Lontano dall’essere elegante (con quel borsello perennemente a tracolla) ma nemmeno vicino all’essere uno stravolto simil homeless. Taglio di capelli curato ma demodè, cravatta, vestito, cappotto, berretto e sciarpa. Teoricamente a posto, praticamente fuori posto e immediato segnale di un qualcosa che si mostra esteriormente ma che è la boa visibile di un’anima tormentata ed irrisolta, in cerca di un qualcosa, in perenne movimento.
Norman pare perseguire obiettivi personali, ma non è una persona cattiva ed anzi vive nel bene che ritiene di poter fare agli altri. Inizialmente pensiamo sia in cerca di un gran colpo finanziario, pur non comprendendo molto, ma poi pian piano tutto prende una piega diversa. Anche misteriosa perchè segue un filo conduttore decisamente anomalo, di cui si può faticare a capire il percorso, la finalità, il traguardo. Un film che viaggia a lungo senza una direzione manifesta, ma che alla fine tira i fili e fa sì che ogni tessera vada a comporre quasi magicamente il puzzle definitivo. Se è vero che ad ogni opera, film, libro, poesia, canzone, ognun può dare ciò che crede e vedere ciò che più aggrada, si può provare a vestire anche questa incredibile vita di Norman di sensazioni personali. Pur accettando che possa non aver convinto tutti e che per qualcuno è risultato anche un film noioso, dal dubbio senso, salvando naturalmente la qualità di Richard Gere.
Osteggiato dal potere hollywoodiano per il buddismo e per l’amicizia con il Dalai Lama (va ricordato che la Cina ha innaffiato di capitali anche il cinema statunitense), Richar Gere ha lavorato ultimamente in una serie di film decisamente particolari, che lo hanno visto interpretare personaggi perdenti e sconfitti, fuori dal coro, perfino sgradevoli in certi casi. Ma alla fine, senza dire troppo, il suo Norman si rivela invece un vincente ed è lui stesso a decidere il suo destino. Norman soffre di un’allergia letale ad un certo cibo, mangia pochissimo e male. Ha deciso di voler esistere cercando di conquistarsi con la sua assurda rete di rapporti millantati, quella stima e quello status a cui ambirebbe ma che gli è negato. Cerca di prodigarsi per il bene degli altri, attraverso azioni che lo facciano poi accettare e riconoscere per quello che vorrebbe essere. Cacciato in malo modo dal salotto buono della vita dove sogna di intrufolarsi, di quell’elite che è la sua ossessione, si mostra come un disperato che ha bisogno di aiutare gli altri per aiutare se stesso. Un lampo di morale e di umanità, alla fine, fa capolino fra le pieghe dei tradimenti della politica e della ragion di stato, anche se il pretesto delle scarpe regalate su cui poggia simbolicamente tutta la storia, può dar adito all’accusa di inverosimiglianza. Chi accetterebbe, in quella situazione, un dono da oltre mille dollari da uno sconosciuto da cui si è stati appena abbordati? *
*Accetto l’obiezione: un politico italiano, probabilmente, accetterebbe senza batter ciglio.