Daniele De Rossi, la foto è tratta dalla pagina Facebook di Daniele De Rossi, scattata da Filippo Rubin

Caso De Rossi, stupito dallo stupore

La rinuncia a Daniele De Rossi da parte della Roma è stato uno dei fatti caratterizzanti della parte finale di questo campionato. A 35 anni quello che era stato etichettato dalla tifoseria come capitan Futuro, viene congedato dalla Roma, che non gli ha rinnovato il contratto. E così subito dopo Totti, anche De Rossi lascia il club giallorosso, avviato alla deromanizzazione, come è stato detto.

Quello che mi stupisce, non è tanto la decisione e le modalità adottate dalla Roma con De Rossi, quanto lo stupore di chi commenta. Ai grandi campioni diventati bandiere, ultimamente è questo il trattamento che viene riservato. La Juventus con Del Piero, messo alla porta con largo anticipo, si comportò nel modo peggiore, riservandogli un epilogo decisamente inadeguato considerando tutto ciò che Del Piero era stato per il mondo Juventus. La Roma con Totti non ha vissuto un analogo, estenuante, telenovela ante divorzio, con la partecipazione dell’allenatore di turno? E stiamo parlando di giocatori che sono stati decisivi fino all’ultima partita. Ma ad un certo punto i grandi nomi, le bandiere, diventano ingombranti per tecnici il cui ego mal digerisce ombre e per società che non contemplano sentimenti e sentimentalismi.

Più il club è vincente e più rapidamente certi momenti dolorosi vengono metabolizzati. I tifosi juventini distratti da nuovi campioni e nuove vittorie. Ma il tifoso giallorosso, come quelli di altri club esclusi dal circo dei trionfi e delle coppe, gioco forza deve attaccarsi affettivamente ai suoi campioni, alle sue bandiere, a quegli “eroi” del calcio che in assenza di campionati vinti, diventano essi stessi un trionfo. La vittoria dell’attaccamento, della maglia indossata con orgoglio per sè stessi e per le tifoserie.
Roma poi è un pianeta a parte, con il suo universo di radio che vivono il calcio, la Roma o la Lazio, 24 ore al giorno.

Ma quello che è successo con De Rossi non mi ha stupito, è già accaduto e continuerà a succedere perché le bandiere che sventolano non sono più una (plus)valenza importante per i club.
Allargando il discorso il mio stupore aumenta. Non si comportano alla stessa maniera tante aziende? Anche in quello stesso mondo che si stupisce per come la Roma ha giubilato De Rossi. Professionisti che hanno per una vita dato lustro alle loro aziende, con le loro “giocate”, con le loro “imprese” quotidiane firmate, improvvisamente ritenuti superflui, e per questo messi in lista di trasferimento con l’intento di farli autoesonerare o. Non vedo molte diversità e mi stupisco una volta di più dello stupore, un po’ipocrita, di chi critica un comportamento ma poi lo adotta in altri settori della vita quotidiana ed è pure premiato per questo.
E in molti casi si tratta di manager mediocri che, loro si, conducono le aziende  verso il baratro senza pagarne le conseguenze, senza essere esonerati. Anzi, spesso ricevendo in premio la guida di altre aziende o ricche e scandalose buonuscite con licenza di andare a far danni altrove. Il mondo italiano è pieno di grandi e piccole squadre o aziende che si comportano così, di conduttori di scarso valore spacciati per fuoriclasse, con l’unico merito di far parte dei giri giusti.

E le glorie passate raramente ormai contano nel presente, dimenticate, ignorate, svilite anche da chi dovrebbe conoscere la storia delle “squadre” che si trova a guidare.
Spesso poi, il modo con cui si procede è un’aggravante, perché se è normale che un’azienda, nel caso di De Rossi la Roma calcio, prenda le sue decisioni, non è detto che si debba sempre metterle in atto nel modo peggiore e senza troppa chiarezza. Senza quel rispetto minimo che sarebbe dovuto a chi tanto ha dato alla storia della squadra di appartenenza.