La notizia che in occasione dell’ultimo Grand Prix di volley, delle finali giocatesi in Cina, a Nanchino, due atlete di diverse Nazionali siano risultate positive alla stessa sostanza (il clenbuterolo) e forse addirittura nelle medesime dosi (o quasi), non può non far riflettere. Non può non alimentare il ragionevole dubbio sull’effettiva volontà di doparsi delle due pallavoliste. 
Una è l’azzurra Miriam Sylla, l’altra la serba Ana Antonijevic.
Gli scarsi scrupoli (ed è un eufemismo) con cui in Cina si diffonde il cibo, nel senso che non si controlla, che le sofisticazioni spesso sono la norma, possono essere in questo caso, non la solita scusa per provare disperatamente ad evitare la squalifica, ma un argomento difensivo che potrebbe avere la sua fondatezza.
Anche se dopo quanto successo al malcapitato marciatore azzurro Alex Schwazer, la mia fiducia nel sistema antidoping e in tutti gli organismi ad esso collegati, è scesa sotto lo zero.
Vale la pena, riguardo il caso che ha messo fuori gioco Miriam Sylla, raccontare di nuovo un caso personale, ormai lontano, piccolo, ma significativo su certe realtà. Presenti in Cina (al punto che la Wada, l’agenzia mondiale anti doping, anni fa aveva già messo in guardia dalla possibilità di essere contaminati dalle sostanze usate negli allevamenti cinesi e in altri Paesi) ma non solo.
Nel 1990 si svolsero gli Europei di atletica a Spalato, in Croazia, allora ancora Jugoslavia, che di lì a poco sarebbe stata purtroppo sconvolta dalla guerra. Per tutta la durata dei campionati si andava a cena dopo le gare, nella  zona delle piazze principali di Spalato, in cui i ristoranti. piccoli e grandi, erano aperti fini a tardi.
Quando i colleghi chiedevano piatti a base di pollo, gli veniva puntualmente risposto che il pollo era esaurito. Per quelle due settimane in cui gli atleti vissero a Spalato, il pollo parve sparire dal menù.
Ma due giorni dopo la conclusione degli Europei (tornando in Italia con la macchina e il traghetto eravamo rimasti un giorno in più a Spalato), Vanni Lòriga ed io andammo a cena e sorprendentemente, ritrovammo il pollo nel menù, disponibile.
Chiedemmo lumi al cameriere e la risposta fu semplice: «Sa, certe carni sono state tolte dal menù per via del rischio doping». Per evitare che atleti mangiassero carne e…steroidi, contenuti nei polli allevati e gonfiati.
Insomma, pur essendo abituati ormai ad ogni tipo di scuse per giustificare le positività ai controlli antidoping, penso sia doveroso per chi giudicherà le due pallavoliste, valutare anche l’ipotesi dell’innocenza. Non so se le due atlete hanno il passaporto biologico, se sia noto lo storico dei loro valori. Ma se prima e dopo sono sempre state pulite, il dubbio ce l’avrei. E pensando a Schwazer, preferirei non veder condannata un’innocente, anche correndo il rischio di lasciare impunito un eventuale peccato. Perché se la giustizia è cieca (come ad esempio lo è stata su Schwazer), allora non si chiama più giustizia.
Mi auguro, se Miriam e Ana sono innocenti, che possano essere assolte come il maratoneta statunitense Fernando Canada, che si contaminò in Messico, altro Paese su cui la stessa Wada aveva lanciato l’allarme contaminazione da cibo.