Su Facebook Gianluca Ferraris ha scritto i suoi pensieri riguardo l’infamità che ha cancellato Alex Schwazer dallo sport. Ecco le sue parole.

“Io so, ma non ho le prove.
Io so che Alex Schwazer è innocente.
Io so che Alex non prendeva più nemmeno un’aspirina, terrorizzato com’era da qualsiasi traccia di farmaci nel suo sangue.
Io so che Alex una notte ha urlato per un banale ascesso, perché
l’oppiaceo con cui noi comuni mortali sediamo il nostro mal di denti lui
non volle vederlo nemmeno da lontano.

Io so che Alex, dopo l’annuncio di voler tornare in attività, ha
passato indenne oltre 40 controlli, la maggior parte dei quali a
sorpresa.
Io so che non ha senso assumere «una lieve quantità» di
testosterone il 31 dicembre senza esserti dopato né prima né dopo, e con
il ritorno in pista lontano più di quattro mesi.
Io so che
prelevare un campione di urina l’unico giorno in cui i laboratori
dell’antidoping sono chiusi (permettendo così a mani ignote di
trattenere la provetta con sé per 24 ore) è quantomeno strano.
Io so
che mancano alcuni documenti di viaggio della fialetta. E che quando
questa ricompare in un laboratorio di Colonia, invece di un codice
numerico che dovrebbe rendere anonimo l’atleta, sopra c’è scritto
Racines, Italia. Maschio che gareggia su lunghe distanze, superiori a 3
km. A Racines ci sono 400 abitanti. E un solo marciatore.
Io so che il primo controllo su quella fialetta fu negativo.
Io so che qualcuno, mesi dopo, suggerì al laboratorio una seconda analisi, che risultò lievemente positiva.
Io so che la Wada, l’agenzia mondiale antidoping che ha stanato Lance
Armstrong e gli olimpionici russi, la più alta autorità del pianeta in
materia, non ha partecipato ai controlli e alle analisi su Alex,
interamente gestiti dalla Federazione internazionale di atletica.
Io
so che i vertici vecchi e nuovi della Federazione internazionale di
atletica sono stati a lungo chiacchierati per aver chiuso un occhio nei
confronti dei tesserati russi, gli stessi che Alex e il suo coach Sandro
Donati hanno contribuito a denunciare.
Io so che Donati è un mago delle tabelle di allenamento e un eroe della lotta al doping.
Io so che negli anni Novanta, quando Donati scoperchiò il cosiddetto
sistema Epo, due degli atleti che allenava furono vittima di un caso di
provette manipolate.
Io so che Alex, nonostante tre anni e mezzo di lontananza dalle piste, marciava ancora più veloce di tutti.
Io so che alla vigilia di una gara a La Coruna Donati ricevette
pressioni perché Alex non infastidisse i marciatori cinesi candidati
alla vittoria.
Io so che Alex in quella gara arrivò secondo, e che
gli ispettori controllavano da vicino ogni suo passo per cogliere una
qualsiasi irregolarità stilistica che lo avrebbe fatto squalificare.
Io so che l’allenatore dei cinesi è Sandro Damilano, fratello dell’ex
marciatore Maurizio. E che prima della 50 chilometri di Roma, lo scorso
maggio, qualcuno a lui vicino chiese a Donati di «lasciare vincere
Tallent», l’atleta australiano che più aveva contestato il ritorno in
pista di Alex.
Io so che Liu Hong, altra marciatrice cinese
allenata da Damilano, dopo quella stessa gara fu trovata positiva
all’higenamine, un vasodilatatore naturale, ma venne squalificata solo
per un mese. Adesso lei è a Rio per gareggiare mentre Alex no.
Io so
che subito dopo questa imbarazzante fila di coincidenze saltò fuori la
presunta positività di Alex. Che però gli venne comunicata oltre un mese
dopo, in piena preparazione preolimpica e con un margine davvero
ristretto per organizzare una difesa tecnico-legale decente.
Io so
che non assistevo a una simile solerzia investigativa, e a un simile
tentativo di sobillare i media, dai tempi dell’incendio del Reichstag o
dell’arresto di Lee Harvey Oswald. O per restare in ambito sportivo, da
quel mattino cupo a Madonna di Campiglio che spezzò per sempre la
carriera di Marco Pantani.
Io so che colpire Pantani e Schwazer, sportivi amati dal pubblico ma ragazzi fragili dentro, è facile. Troppo.

Io so che in molti avevano bisogno di punire in maniera esemplare chi
ha avuto il coraggio di sfidare il sistema. Quello stesso sistema che
poi si ripulisce la coscienza in favor di telecamera con il Refugee Team
e i palloni regalati alle favelas.
Io so che Alex si è pagato da
solo la preparazione, le divise, gli scarpini, il viaggio per Rio. Che
ha finito i risparmi e che ha lavorato come cameriere per mantenersi gli
allenamenti. Che dormiva in un tre stelle dietro al raccordo anulare e
si faceva testare i tempi su una pista comunale, accanto a runner della
domenica e anziani che portavano a passeggio il cane.
Io so che ha confessato i suoi errori del passato, e li ha pagati tutti.
Io so che si stava rialzando senza chiedere aiuti o riguardi, ma solo una seconda possibilità.
Io so che a Rio 2016 quella seconda possibilità è stata data ad atleti
dal curriculum sportivo molto più «stupefacente» del suo.
Io so che
nessuno di quelli che contano, dal Coni alla Fidal passando per i
buonisti a gettone del mondo politico e degli editoriali qualunquisti,
ha ancora speso una parola se non di difesa almeno di umana solidarietà
per Alex.
Io so che Alex non ha la forza misurata per disperarsi restando saggio. Come non la ebbe Pantani.
Io so che a Rio 2016 Alex sarebbe arrivato sul podio nella 50 km e forse anche nella 20 km.
Io so che su quel podio Alex avrebbe pianto di gioia. Che sarebbe stato disposto a dimenticare.
Io so che invece oggi piange di rabbia in un bar fuori dal villaggio
olimpico, come un emarginato. E che sarà condannato a ricordare.
Io so che qualcuno dovrebbe vergognarsi per aver rovinato una vita.
-Gianluca Ferraris-