Sul
Corriere dello Sport in edicola martedì 2 febbraio e sul sito del
Corriere dello Sport.it è uscita un’intervista esclusiva con Ivan
Zaytsev, l’uomo copertita della pallavolo italiana, attualmente in
Russia, giocatore della Dinamo Mosca. Questa è la versione integrale di
quanto, per comprensibili motivi di spazio, non è stato possibile
pubblicare. 
Ecco la versione integrale, uncut, come si direbbe di un film, o la extended version, come si definirebbe un album musicale… quadruplo.
Il
tutto con una doverosa premessa. Il ringraziamento per la generosità e
la schiettezza con cui Ivan ha risposto ale mie domande, dicendo ciò che
pensa, preoccupandosi solo del bene della pallavolo. Il suo sport.
Volley che ha spesso e volentieri dimostrato di avere molto a cuore. 
Ringrazio
in modo particolare Ivan (e sua moglie Ashling), perchè nonostante io
non possa più seguire professionalmente sui campi la pallavolo da
qualche anno, ha dimostrato che nell’interesse disinteressato di tutti
(scusate il bisticcio di parole, voluto) e della pallavolo, ci può
essere ancora posto per la memoria, per un rapporto umano e
professionale che nel rispetto dei ruoli, tenga anche conto del passato.
Ivan è l’ultimo giocatore della attuale Nazionale con cui ho condiviso
molto “lavoro”, da quando era ancora a Perugia, quando poi è cresciuto a
Roma e poi in Nazionale e alla Lube. Forse l’unico che possa
riconoscermi e ricordarsi di me, a parte forse Osmany Juantorena, con
cui ho avuto l’opportunità di parlare a tu per tu per un’ora a Villa
Stuart, l’anno scorso.
Premessa personale (del resto è il mio sito) ma necessaria per presentare questa intervista insolitamente lunghissima. 
E ora la parola a Ivan. Dalla Russia con amore. Per il volley.

Cosa ricordi di quel bronzo, a Londra 2012 che riportava l’Italia sul podio olimpico dopo il quarto posto di Pechino?
Il
ricordo del podio olimpico è indimenticabile… dopo aver vissuto
settimane ad un livello di tensione che non avevo mai provato prima,
realizzare di avere al collo una medaglia olimpica è stata una
sensazione bellissima… Anche se di bronzo, rimarrà la mia prima
medaglia olimpica (spero non l’ultima) conquistata con la convinzione di
aver dato il massimo sempre, come insegna lo sport e come insegnano le
Olimpiadi.

Come è cambiato il giocatore Zaytsev in questi tre anni e mezzo?
Sono
cambiato dal punto di vista tecnico migliorando alcuni aspetti del mio
gioco, cosa che si ottiene soltanto col tempo e con l’esperienza. Ho più
ore di gioco nelle gambe e nella mente, ma cerco sempre di migliorarmi
ogni giorno e di sfruttare ogni attimo in palestra per mettere qualche
tassello in più nel mio bagaglio di giocatore. Credo che non si smetta
mai di imparare e di crescere, soprattutto se con dedizione ti tuffi in
quello che più ti piace fare. E per me è giocare a pallavolo.

«Diventando papà sono maturato molto»

E come è cambiato l’uomo? E’ diventato padre, è andato a giocare in Russia…
Sono
maturato molto dal punto di vista umano. diventare padre ti proietta in
un mondo bellissimo fatto di amore e responsabilità. Ammetto di essere
molto felice dal punto di vista familiare, mia moglie Ashling mi aiuta
in questo ed altrettanto fa mio figlio Sasha facendomi sentire padre.
Sono andato a giocare in Russia per trovare la mia consacrazione come
giocatore e come uomo.

Quali
le maggiori differenze tra il giocare nel campionato italiano e in un
club straniero di prestigio come la Dinamo Mosca e nel campionato di
Russia?

Avendo
vissuto tanti anni il campionato italiano credo che un giocatore possa
permettersi di mollare la tensione in alcune partite ed andare avanti
per ‘’inerzia’’. In Russia invece, appena molli un attimo, l’avversario
ti fa trovare immediatamente in difficoltà. Il livello di gioco è molto
alto e molto fisico. Perció un giocatore deve essere sempre concentrato
mentalmente, non puoi permetterti di smettere di pensare e di affidarti
soltanto al tuo talento.

«Sbattuto nella merda, ma ho saputo reagire. La mia sincerità scomoda»

Sei
stato protagonista del caso dell’estate nella scorsa stagione, che poi
ha originato le dimissioni del ct Berruto e l’arrivo di Blengini. Come
ripensi all’accaduto a mente fredda, hai qualcosa che desideri
aggiungere?

La
scorsa estate è stata molto intensa e quel momento, dopo il rientro in
Italia dal Brasile prima delle finali, non è stato facile da superare.
Ho cercato di interagire con le persone dicendo quello che pensavo per
cercare di aggiustare dei meccanismi che secondo me si erano inceppati.
Sono una persona sincera ma a quanto pare la sincerità, in quel caso, è
risultata scomoda provocando il mio rientro anticipato in Italia. Sono
stato sbattuto con estrema forza con la faccia nella merda dopo aver
sempre dato il massimo ed averci messo il cuore per la nazionale. Questa
cosa mi ha destabilizzato mettendo in dubbio quello che sono, i miei
pensieri ed i miei comportamenti. Mi sono assunto le mie responsabilità e
superata quella fase sono rimasto molto contento della reazione che ho
avuto personalmente e che abbiamo avuto come squadra durante i
successivi giorni di preparazione alla Coppa del Mondo, che ci
apprestavamo a giocare.

«Più spazio per i giovani in SuperLega, come in Russia»

La
Nazionale femminile da anni attinge al serbatoio del Club Italia, ora
anche la maschile ha qualche ragazzo uscito da lì: pensa sia un modo
produttivo per avvicinarsi al volley con la mentalità giusta in una fase
adolescenziale di crescita?

Seguendo
i risultati delle ragazze posso certamente dire che il lavoro svolto
sulle giocatrici/giocatori sin dalla giovane età ha sempre dato i suoi
frutti. Bisogna però trovare il modo di far fare esperienza a ragazzi
giovani facendoli giocare di più nei campionati di alto livello. Trovano
ancora troppo poco spazio in Superlega e di conseguenza rallentano la
propria crescita tecnica. Ad esempio in Russia c’è il limite di soltanto
due stranieri per squadra, e ci sono moltissimi giovani che stanno
giocando con costanza nella massima serie sin da quando hanno 17/18
anni. I risultati di tale mentalità sono agli occhi di tutti guardando
le nazionali russe, a partire dalle giovanili per finire con la
seniores.

«Sono stato fortunato, titolare da quando avevo 19 anni»

A
Rio potresti essere l’unico (o uno dei due se torna Birarelli)
superstite della squadra azzurra salita sul podio a Londra. Che effetto
le fa, che significato ha per te?

Rispondo
ricollegandomi alla risposta precedente. Sono stato fortunato, nel
corso della mia carriera, a ritagliarmi spazio in campo giocando
titolare sempre da quando avevo 19 anni. Quando ho fatto le olimpiadi di
Londra ne avevo 23, ne avrò 27 a Rio. L’età anagrafica è dalla mia
parte e spero di poterla sfruttare per i quadrienni olimpici che
seguiranno!
Essere
uno dei pochi reduci da Londra non ha un significato particolare per me
se non dal punto di vista dell’esperienza, del poter raccontare quello
che ho vissuto durante un torneo olimpico. Ed è sicuramente uno stimolo
enorme per migliorarmi.

«La pallavolo ha enormi potenzialità non sfruttate»

Hai
dimostrato spesso di avere a cuore la Nazionale e la pallavolo in
genere. E per questo non hai lesinato critiche al modo in cui viene
promossa. Magari per questo sei giudicato anche un personaggio scomodo.
Ti dà fastidio pensare questo, mentre ciò che dici dovrebbe andare a
vantaggio di tutti? Hai qualche idea nel cassetto per dare più
visibilità mediatica alla pallavolo che vorresti far arrivare?

Ho
sempre pensato che le potenzialità del movimento pallavolistico
italiano sono enormi e che possono essere sfruttate meglio. Al giorno
d’oggi viviamo in un mondo nel quale è facile farsi conoscere tramite i
social network ed internet. Dovremmo però cercare di coinvolgere ancor
più persone facendo da ambasciatori della pallavolo. Ci siamo un po
fermati nei limiti degli appassionati, tifosi e praticanti del nostro
sport. Vorrei che fossimo più pubblici, più da tutti i giorni
avendo più spazio sui giornali, avendo qualche spazio nel mondo della
pubblicità e magari interagendo meglio con il pubblico che non ci
conosce, tramite delle idee semplici ma originali. Avremmo bisogno di un
progetto per poter sfruttare degli spazi dove le persone esterne cercano più informazioni.
Per
sdrammatizzare: la storia del rientro da Rio ha sicuramente aiutato a
farci conoscere. Sicuramente non nel modo che intendo io, ma è comunque
stato meglio di niente 

Anche
nel recente torneo delle azzurre in Turchia abbiamo visto tante
decisioni arbitrali sovvertite, tanti tocchi a muro o palle al limite
delle linee giudicati male. Cosa ne pensi del Challenge (o Video Check)
ti piace?

Sicuramente
il supporto della tecnologia, con la velocità della palla di oggi, è un
grande aiuto. Bisogna soltanto mettere a punto il funzionamento di tale
sistema per evitare i tempi morti che spesso lo contraddistinguono. Il
sistema polacco per esempio ha una efficienza maggiore in termini di
velocità di risposta per trovare l’immagine interessata ed in termini di
risoluzione video. A volte basta andare a vedere dove funziona meglio e
copiare.

Il
Challenge contribuisce ad allungare i tempi di gioco, tornati come
prima del Rally Point System, i cui benefici sulla durata delle partite
sono stati in pratica annullati. Secondo lei è un problema il fatto che
le partite durino tanto e non si sa quanto? Come si potrebbe fare
secondo lei per ridurre la durata alle due ore massime? Sul Corriere dello Sport
trattai il tema rivelando alcune ipotesi su cui stava lavorando la Fivb
già nel 2014, quando il presidente mondiale Graca venne a Parma per il
sorteggio dei Mondiali femminili.

Secondo
me l’introduzione del referto elettronico è stato un passo indietro.
Per esperienza personale posso affermare che i problemi maggiori (soste
di 5/10 minuti nel mezzo di un set) sono stati provocati dal referto
elettronico. Poi noto un maggior utilizzo dei tablet da parte degli
arbitri per le chiamate dei time out e cambi. Si stava tanto bene con le
vecchie gestualità ed i vecchi meccanismi ben rodati.

«Il traffico di Mosca è roba da pazzi…»

Origini
russe, umbro di nascita, romano d’adozione e di…accento. Come ti sei
trovato tornando a vivere in Russia il quotidiano, sia pure da una
posizione privilegiata come è quella del campione sportivo?

La
quotidianità di una città come Mosca non è poi molto differente da
quella di una città italiana. Mi è bastato trovare il giusto ritmo
adattandomi ai tempi russi che sono un po più dilatati. Ad esempio il
traffico è da pazzi e richiede maggiore organizzazione se una persona
vuole fare più cose nella stessa giornata.

La cosa più bella che hai scoperto o riscoperto a Mosca? E quella che invece ti ha infastidito o creato seccature?
Se
si ha tempo per conoscere più approfonditamente la città si riesce a
goderne a pieno. È una città carica di storia ed è bellissima.
Ricollegandomi alla risposta precedente richiede più organizzazione per
poter andare da qualche parte,anche semplicemente per andare a fare la
spesa o per andare a mangiare fuori.

«Mi mancano le botteghe artigianali, i negozi familiari» 

Per contro, dell’Italia cosa ti è mancato e cosa non hai assolutamente rimpianto?
Per
poter apprezzare a pieno un posto devi andare via, quasi staccandoti
totalmente. Cosicché quando si torna si riesce ad apprezzarne di più le
caratteristiche tipiche e le sfumature che si perdono nella routine
della vita di tutti i giorni. Mi mancano i piccoli negozi di
artigianato, gli alimentari a conduzione familiare, gli amici. D’altra
parte non mi mancano le facce tristi delle persone che si lamentano di
ciò che abbiamo e di ciò che non funziona. Siamo un grande Paese che ha
le proprie difficoltà, ma non è niente di così irrisolvibile.

Come passi il tempo libero a Mosca? Che macchina guidi?
14.
Il tempo libero lo passo con la famiglia cercando di stare il più
possibile con mia moglie e mio figlio. Mi impegno per rendere la loro
permanenza in una città straniera un po più agevole e divertente. Guido
una Ford focus data in comodato d’uso dalla società. Ma sto per cambiare
macchina vista l’altezza della mia famiglia 

Chi vincerà lo scudetto russo e chi quello italiano?
Se
riesco finalmente a trovare la mia continuità di rendimento potremmo
avere delle grandi possibilità di vittoria dello scudetto con la Dynamo.
Per il momento la federazione di pallavolo russa sta vagliando la
possibilità di introdurre un mini play off, a seguito della
qualificazione ottenuta da parte della nazionale maschile per i giochi
di Rio… Potremmo dire la nostra. In Italia vedo un campionato
equilibrato che toccherà l’apice dalle semifinali play off in poi. Se
proprio devo dire il nome della squadra dico Civitanova, ma anche Modena
e Trento non scherzano.

Da palleggiatore a schiacciatore a opposto. Hai definitivamente trovato il tuo ruolo?
Il
mio ruolo è quello di opposto. Sto invecchiando, perciò devo
focalizzarmi sul ruolo che sento più mio per poter rendere al massimo
delle mie potenzialità. Non ho più tempo per cambiare ruolo in
continuazione mantenendo una elevata costanza di rendimento in campo in
entrambi i ruoli.

Hai
dimostrato di essere a tuo agio nei panni della star che si promuove e
promuove il suo sport anche attraverso i social? Come è il tuo rapporto
con il web, lo usi per veicolare la sua immagine o ti piace anche
navigare, vedere gli altri, divertirti da fruitore?

Non
avendo molto tempo a disposizione faccio fatica a studiare le mosse
degli altri utenti sui social network. Sicuramente vorrei sfruttare di
più la mia immagine e per questo ho iniziato una collaborazione con una
agenzia di immagine per cercare di sviluppare un progetto a 360 gradi
che mi contraddistingua e che mi aiuti a farmi conoscere meglio a più
persone possibile.

«In a time lapse, quanto è bella la musica di Einaudi!»

Quali sono i tuoi attuali gusti musicali?
Al
momento mi piace ascoltare musica tranquilla, senza particolare impegno
mentale. Il genere si chiama deep house. Mi piace molto sentire la
vibrazione dei toni bassi accompagnata da qualche melodia che aiuti a
far scorrere il tempo rilassandomi un po.

E quelli cinematografici?
Non
vado al cinema da una vita e non riesco a finire neanche la prima
stagione di nessuna delle serie televisive che ho iniziato a guardare.
Ne ho una marea che mi attirano e mi incuriosiscono ma non riesco mai a
trovare il tempo ed il modo per dedicarmi alla loro visione.

Un album e un film che ti sono particolarmente piaciuti negli ultimi mesi?
L’album è sicuramente In a time Lapse
di Ludovico Einaudi. Anche se non è proprio recente (è uscito nel 2013)
mi piace da matti. Per quanto riguarda il film non ti so rispondere per
i motivi che ti ho detto prima.

Qualificarsi
per Rio alla Coppa del Mondo è stato un bel colpo per la Nazionale. Il
lotto non è completo ma dove può arrivare l’Italia secondo te?

L’argento
conquistato alla Coppa del Mondo ha ridato vita al nostro movimento che
si era fermato. Siamo ripartiti da un mix di giocatori giovani e di
giocatori esperti. Abbiamo fame ed i risultati che abbiamo ottenuto in
Giappone ed all’Europeo sono la dimostrazione del fatto che abbiamo le
potenzialità per poter competere con chiunque. Questi risultati hanno
anche evidenziato delle lacune sulle quali potremo lavorare nell’estate
olimpica. Credo che abbiamo le carte in regola per poter fare bene. Il
desiderio è enorme e le persone giuste ci sono. Ogni giorno vissuto al
massimo in Nazionale ci porterà, alla metà di agosto, a capire cosa
siamo capaci di fare con il grande desiderio di realizzare i nostri
sogni.

«Calendario da rivedere, i giocatori dovrebbero contare di più. Troppi interessi, ci vorrebbe il coraggio di… non giocare»

Francia
campione d’Europa e Polonia campione del mondo non ancora certe di
esserci. Non pensi che i criteri di qualificazione dovrebbero tornare al
passato invece che moltiplicare gli impegni che stressano e consumano
un ristretto numero di giocatori? A scapito anche della qualità
dell’Olimpiade.

Credo
che un torneo come la World League, fatto ogni anno, porti via gran
parte del tempo e delle energie mentali delle squadre che vi
partecipano. Per di più, un torneo che viene fatto ogni anno, fa perdere
un po’ il fascino di conquistare il gradino più alto del podio.
Purtroppo
gli interessi politici offuscano la salute dei pallavolisti che sono
costretti a giocare troppe partite in un arco di tempo troppo ristretto
mettendo allo stesso tempo in conto spostamenti da una parte all’altra
del globo.
I
giocatori dovrebbero avere più voce in capitolo in Fivb ed in Cev. In
modo tale da organizzare al meglio gli impegni, diluirli nel tempo, ed
organizzare tornei più meritocratici.
Ad
esempio non capisco perché i campioni europei, come i campioni del
mondo, non abbiano il diritto alla partecipazione ai Giochi Olimpici e
sono costretti, come nel caso dei francesi e dei polacchi, a giocare uno
o due tornei in più in giro per il mondo per poter qualificarsi.
Gli
interessi economici e politici sono alla base di tutto, ma quello che
le persone non riescono a capire è che senza la materia prima (i
giocatori), questo giochino non starebbe in piedi. Andrebbe formata una
rappresentanza di atleti, che possa far pesare la propria voce ai piani
alti, avendo il coraggio di prendere delle decisioni drastiche come
quelle, ad esempio, di rifiutarsi a partecipare a determinati tornei.
Ma a quanto pare è e rimarrà un sogno.

Per le foto ringrazio Fiorenzo Galbiati e Carlo Giuliani