Totò le avrebbe definite le scognomate, ovvero private del loro cognome naturale. La vittoria conquistata nel salto in alto dalla russa Mariya Kuchina ha rilanciato la questione dei cognomi delle atlete che si sposano. Fino ad un certo punto della loro carriera garaggiano e sono conosciute con un nome, poi dopo le nozze diventano altro, adottando il cognome del marito. O al massimo esibendo sul pettorale di gara il doppio cognome.

Insomma per alcuni l’oro l’ha vinto la Kuchina, per altri la Lasitskene. Inutile specificare che preferisco di gran lunga che le atlete mantengano il loro cognome. Non mi sembra in linea con i grandi progressi compiuti anche nello sport dalle donne, consentire che il cognome acquisito (sempre citazione da Totò…) si sovrapponga e sostituisca quello originale. 
Inutile esercizio di una forma di maschilismo che ritengo antipatica e sorpassata. E’ vero che l’atletica ha fatto spesso i conti con questa realtà, ma penso che le ragazze debbano continuare a gareggiare con il loro nome anche dopo essersi sposate.

Qualche doppio nome rimasto nei libri di storia dell’atletica? Dalla povera Florence Griffith Joyner a Jackie Joyner Kersee, Heike Daute firmò i primati del lungo come Drechsler, Merlene Ottey andò anche più forte quando smise di chiamarsi Ottey-Page, Silke Gladisch aggiunse Moller, Fiona May divenne signora Iapichino ma conservò prevalentemente il suo cognome, VeronicaCampbell divenne Campbell Brown, Shelly-Ann Fraser, aggiunse treccine colorate sui capelli e il nome del marito diventando Shelly-Ann Frase Pryce. Giusto per ricordare qualche esempio, senza avere la pretesa di compilare un elenco che sarebbe lunghissimo.