Aspettando la comunicazione ufficiale di quanto già si è saputo ieri, è opportuno sottolineare l’innocenza di Miriam Sylla riguardo l’accusa di essersi dopata (clenbuterolo la sostanza incriminata, trovata in minima quantità nelle sue urine al controllo eseguito in occasione della finale del Grand Prix, a Nanchino).
Devo ammettere che inizialmente, a caldo, non ero certo che si potesse avallare la tesi della contaminazione alimentare. Ma quando mi è tornato in mente l’episodio di cui potete leggere
(http://leandrodesanctis.blogspot.it/2017/09/volley-doping-nel-menu-sylla.html)

(https://www.vistodalbasso.it/2017/09/09/volley-doping-nel-menu-sylla/)

riferito agli Europei di atletica del 1990, così come le ammissioni della stessa Wada (l’agenzia mondiale dell’antidoping) riguardo le sofisticazioni alimentari diffuse in certi Paesi, a cominciare dalla Cina, quella che poteva sembrare una scusa, è diventata ipotesi plausibile. E quando anche la giocatrice della Serbia, Ana Antonijevic, è risultata positiva allo stesso modo, i dubbi sono diventati certezze.
Inevitabile considerazione: si potrà continuare ad assegnare manifestazioni a Paesi che non garantiscono cibi “puliti”? Come possono difendersi gli atleti da questi rischi? Torneremo a vedere le squadre viaggiare con quintali di cibarie al seguito?
Prevenire è quasi impossibile in certi Paesi, ma è certo che questo doppio caso deve indurre gli organismi sportivi internazionali, in questo caso la Fivb, a fare tutto il possibile per non esporre gli atleti al rischio doping involontario.

Sarebbe opportuno scusarsi pubblicamente e ufficialmente con Ana e con Miriam. Invece come spesso capita, si mette alla gogna il presunto colpevole e si liquida la provata innocenza quasi nascondendola, per risparmiarsi critiche.
Intanto le due pallavoliste hanno perso gli Europei, hanno vissuto un mese terribile a livello umano e professionale. Non pensate che la Fivb (che scelse l’hotel), o l’albergo stesso o i fornitori del cibo (bovini gonfiati prima di essere macellati?), insomma che qualcuno debba risarcire Ana e Miriam?
Se ci fosse un risarcimento, costituirebbe un precedente e farebbe giurisprudenza, come si dice. Così poi, in futuro, si farebbe maggior attenzione alla catena alimentare che coinvolge gli atleti.